Doppio livello

Terrorismo e ’ndrangheta. Troppe volte nei grandi misteri che hanno costellato la nostra storia repubblicana si è immaginata un’alleanza, una sorta di patto strategico tra l’eversione e la grande criminalità, senza tuttavia trovare riscontri e testimonianze.

Vicende tragiche dirette a colpire i grandi servitori dello Stato, dal sequestro a cui seguì dopo una lunga prigionia l’assassinio di Aldo Moro, all’agguato contro il procuratore capo della Repubblica di Torino Bruno Caccia, ferito a morte in una via della precollina il 26 giugno del 1983. Gli anni di piombo con una pluralità di sigle eversive come le Brigate Rosse, Prima Linea, i Nuclei Armati Combattenti e una criminalità emigrata dal sud e impegnata in una guerra di bande per  il controllo della droga, del gioco d’azzardo e dei sequestri di persona: mafia e ’ndrangheta, soprattutto.

Lo Stato doveva combattere i due livelli che parevano distinti tra la fame di denaro e la guerriglia. Ma che secondo le teorie di alcuni, sostenute da soffiate a volte di comodo dei pentiti, pur restando galassie distinte, si sono trovate spesso a collaborare. O peggio ancora, si sono mescolate nei gruppi di fuoco.

In via Fani a Roma, dove a sparare contro l’auto del presidente Moro c’è il sospetto che ci fossero killer pro- fessionisti della mafia, accanto ai brigatisti. E in via Sommacampagna, dove, al fianco di Domenico Belfiore e Rocco Schirripa, potrebbe esserci stato anche Francesco D’Onofrio, ex soldato di Prima Linea poi entrato d’impeto delle file ’ndranghetiste fino a diventarne addirittura l’armiere. Il colpo di scena in uno dei processi più complessi di questi ultimi trent’anni è arrivato in Corte d’assise a Milano, dove si sta celebrando il processo per l’as- sassinio del procuratore torinese. Voce di pentito, si dirà. Ma perentoria: «Schirripa e D’Onofrio sparano bene e loro due si sono fatti il procuratore».

Tornando indietro nel tempo fino agli anni ’80, la saldatura tra eversione e grande malavita appare confermata: allora D’Onofrio era in Prima Linea e solo dopo – magari per meriti sul campo – diventerà  ndranghetista, come hanno accertato il processo Minotauro nel 2011 (condanna a 9 anni) e il 20 gennaio di quest’anno l’inchiesta per il traffico d’armi dall’est (altra condanna 4 anni) che gli ha cucito addosso il ruolo di armiere dei mafiosi.

Dunque potrebbero essere stati in tre, quella notte quando una 128 verdina aprì il fuoco contro Caccia. Belfiore, il boss, al volante, gli altri due, Schirripa e D’Onofrio, con le rivoltelle in mano. Se l’accusa del pm Tatangelo reggerà, allora si aprirà anche un altro capitolo sulle alleanze sanguinarie tra eversione e criminalità. Un altro capitolo da aggiungere a tanti misteri ancora irrisolti.

beppe.fossati@cronacaqui.it

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