L'uomo è indagato per l'omicidio del procuratore torinese

Delitto Caccia, D’Onofrio si difende: “Stupito da questa accusa”

L'ex militante di Prima linea, tirato in ballo da un pentito di 'ndrangheta, nega ogni coinvolgimento nell'uccisione del magistrato della procura subalpina

La scena del crimine. Nel riquadro, l'ex militante di "Prima Linea" Francesco D'Onofrio

“Sono assolutamente stupito da questa accusa. E sono completamente estraneo a qualsiasi coinvolgimento nell’uccisione di Bruno Caccia“. E’ quanto afferma Francesco D’Onofrio, 62 anni, l’ex militante di Prima Linea indagato a Milano per l’omicidio del procuratore torinese, avvenuto la sera del 26 giugno del 1983, in via Sommacampagna, ai piedi della collina torinese e a due passi da corso Moncalieri. A riferirlo il suo legale, l’avvocato Roberto Lamacchia che lo difende sin dai tempi dei processi per i reati di eversione.

TIRATO IN BALLO DA UN PENTITO DI ‘NDRANGHETA
A fare il nome di D’Onofrio (che oggi è libero) come uno degli esecutori del delitto è stato, lo scorso ottobre, un pentito di ‘ndrangheta. Si tratta del collaboratore di giustizia Domenico Agresta, che al sostituto procuratore Marcello Tatangelo avrebbe riferito che suo padre Saverio, in carcere, gli avrebbe detto che “Schirripa e D’Onofrio sparano bene e che loro due si sono ‘fatti’ il procuratore“.

SCHIRRIPA SOTTO PROCESSO A MILANO
Schirripa è Rocco, il panettiere di 64 anni arrestato nel dicembre 2015 a Torino e finito, nel frattempo, sotto processo a Milano con l’accusa di aver aperto il fuoco contro l’allora capo della procura subalpina. Il nome di Francesco D’Onofrio, invece, pur iscritto nel registro degli indagati, alcuni mesi fa, era stato oscurato per motivi di segretezza investigativa. E segreto era rimasto anche nel momento in cui, a ridosso di Natale 2016, erano stati depositati i primi verbali contenenti le parole del pentito Agresta.

PER AGRESTA D’ONOFRIO E’ LEGATO ALLA “LOCALE” DI BELFIORE
Nell’interrogatorio Agresta non parla di lui come un terrorista, ma lo definisce legato alla “locale” di Belfiore. Sono anni che D’Onofrio – dissociatosi dalla lotta armata nel 1987 e oggi a piede libero – tenta di allontanare da sé le accuse dell’antimafia torinese. In almeno dieci occasioni, di fronte ai giudici e ai pm, ha spiegato di “dissentire totalmente” dalla mentalità, dai metodi e dagli obiettivi della ‘ndrangheta. Contro di lui stanno fioccando le parole di alcuni pentiti. E c’è chi dice che nella scala gerarchica dell’ organizzazione è salito parecchio in alto.

“SONO CALABRESE COME LORO, PARLANO DI ME PER DARSI IMPORTANZA”
“Io sono calabrese come loro (D’Onofrio è originario di Vibo Valentiandr) – è stata la risposta – e ho alle spalle una storia che mi rende un personaggio. Evidentemente parlano di me per darsi importanza”. Dichiarazione che non è servita, lo scorso 19 gennaio, ad evitare una condanna a 4 anni e 2 mesi per armi. L’accusa era di custodire dieci kalashnikov. Forse per tenerli a disposizione degli ‘ndranghetisti. Ma l’arsenale non è mai stato trovato.

 

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