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Un commando di anarchici ha tentato di assaltare il nostro giornale. Nel loro linguaggio siamo questurini, sbirri, peggio ancora delatori perché con le nostre cronache e le nostre immagini abbiamo raccontato le violenze dei "bravi ragazzi" che fanno il tiro a segno sui poliziotti, abbiamo documentato i lanci di pietre e le bombe che hanno devastato il cantiere della Tav in Valle di Susa. È il nostro mestiere, quello di raccontare i fatti. Ma non lo diciamo a loro. Non ci interessa farlo. E poi non capirebbero che fare il proprio lavoro è, anzitutto, un onore. Piuttosto quelli che hanno indossato cappucci ed eskimo per l'irruzione, quelli che hanno lanciato liquidi ignobili e soprattutto coloro che li hanno istruiti e mandati, dimostrano come nella nostra città e nella nostra regione esista una nebulosa eversiva che tenta di esercitare l'intimidazione violenta con l'arroganza di chi si sente impunito da troppo tempo. Ieri l'ordinanza di custodia cautelare, che ha portato a decine di arresti individuando anche alcuni reduci degli anni di piombo, ha in parte smentito questo alone di impunità, senza evidentemente smembrare il tessuto eversivo che si annida, sappiamo tutti che è così, in taluni centri sociali e nell'area antagonista che ha mille sfaccettature. Un contesto che preoccupa soprattutto alla luce di una mobilitazione che passa sotto la sigla abusata dei No Tav e che registra ancora un'inquietante contiguità da certa parte politica. 
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