
C'era da aspettarselo che prima o poi venissero fuori i tesoretti dei partiti, a condire le ormai perenni figuracce della Casta. Tesoretti milionari alienati, e questo è buffo, senza che nessuno si accorgesse delle ruberie in casa propria. Accade negli ex prati fioriti della Margherita a guida Rutelli dove il tesoriere Luigi Lusi pare si sia imbertato (voce del verbo imbertare, nascondere, trafugare o meglio ancora mettere in saccoccia) 13 milioni di euro, equamente suddivisi in 90 bonifici bancari intestati a se stesso, o a società a lui riconducibili. Il necessario per l'acquisto di una casa nel centro di Roma, di una villa, di altri beni di lusso e per pagare alcune fatturine oltre frontiera. Lui, l'imbertatore, prima nega, poi nicchia, si consulta (soltanto con l'avvocato?) e infine confessa: li ho presi, ma li restituirò. Ma a chi li restituirà il buon Lusi? Al Pd, naturalmente, che della Margherita ha raccolto onori (i cocci) e oneri. Ma non va bene, così. I soldi sono di provenienza pubblica, sono stati evidentemente troppi, e sono frutto delle solite ruberie legali cui i cittadini sono sottoposti da sempre.
Caro Lusi e caro Rutelli, i soldi - ammesso che si ritrovino tutti o in parte - devono tornare al mittente, cioè ai cittadini. Tanto, se abbiamo capito come sono andate le cose, a scoprire che c'erano 13 milioni sospetti che viaggiavano dalla Margherita verso lidi non proprio leciti è stata la Banca d'Italia insospettita dalla pioggia dei bonifici, e non i revisori dei conti, i presidenti o ex che siano, i membri del direttivo o anche solo un usciere. Il che ci porta almeno a due considerazioni: o la Margherita è ricca sfondata e 13 milioni sono poco più che spiccioli, oppure Lusi non ha alleggerito le casse da solo, ma in allegra compagnia. Tesi, ci permettiamo di dirlo, cui la magistratura sta lavorando nonostante Rutelli, fondatore e becchino del partitino floreale, (per bocca del suo avvocato) non esiti a chiedere ai magistrati di "non sequestrare i beni" per non ostacolare l'eventuale risarcimento.
A occhio ci pare una storiaccia da prima repubblica, peggio - molto peggio - di quelle che noi cronisti scrivemmo ai tempi dei "cassieri" dei partiti coinvolti loro malgrado nell'inchiesta Mani Pulite. E in attesa di lumi giudiziari, ecco che la Casta ne fa altre, pure queste poco commendevoli. C'è Di Pietro che ri-finisce nella grana dei rimborsi elettorali per svariati milioni euro dirottati dall'associazione Idv, che è la famigliuccia sua, e non del partito (parola di Cassazione), c'è il senatore furbastro (Riccardo Conti, Pdl) che paga un edificio di prestigio a Roma e lo cede subito ad un ente di previdenza con un guadagno di quasi venti milioni di euro; ci sono (ancora) i soldi delle tangenti finite nelle casse di Penati a Milano, con contorno di arresti ma nessun (a notizia di cronista) recupero di moneta. Di fronte a questi episodi verrebbe in mente di suggerire a Monti e ai suoi professori di chiedere i conti ai partiti, e non solo ai cittadini inermi. Renderà di più una bella rastrellata ai tesoretti che una retata in quel di Cortina o di Milano. O almeno ci sembra più urgente.
beppe.fossati@cronacaqui.it