Su 30mila etilisti, solo 7.500 si affidano ai Sert. I medici: «Respingono le terapie di recupero»
Al volante 22mila schiavi dell’alcol
che rifiutano le cure degli ospedali
TORINO 21/08/2008 - Diego Olivetti per sconfiggere la propria dipendenza dall’alcol aveva un unico strumento: la forza di volontà. E così gli oltre 30mila alcolisti che in Piemonte combattono una battaglia quotidiana contro la bottiglia. Perché i medici, al di là di informare i pazienti sugli effetti del bere e indirizzarli verso i gruppi di recupero o gli sportelli di un Sert, possono fare ben poco. E nell’affrontare i casi di etilismo, il ricorso a un trattamento sanitario obbligatorio ha percentuali ridicole: inferiori all’uno per cento.
Boom di ingressi al Sert
Nel 2006, gli alcolisti in cura presso i servizi per le tossicodipendenze erano circa 4mila. Nel volgere di due anni, questo dato è di fatto raddoppiato, raggiungendo quota 7.500 presenze. «Merito di una maggiore sensibilizzazione ai problemi alcol-correlati» spiega il professor Sarino Aricò, specialista gastroenterologo dell’ospedale Mauriziano. Il problema è che quasi 22mila piemontesi dipendenti dalla bottiglia rifiutano completamente ogni tipo di cura. Magari sostengono un ciclo di disintossicazione presso una clinica specializzata, come nel caso di Diego Olivetti. Ma una una volta dimessi riprendono subito a cercare in fondo a un bicchiere il conforto del quale sentono di avere bisogno. «In questi casi - continua il professor Aricò - la terapia migliore è quella portata avanti con il sostegno psicologico della famiglia. L’alcolista deve così essere spinto a partecipare alle sedute dei diversi circoli di ex-etilisti che regolarmente si riuniscono a Torino. Un percorso indicato anche dai medici del Sert e affiancato alla somministrazione di farmaci come l’Antabuse. Il suo principio attivo impedisce l’assunzione di alcol per almeno 72 ore. Ma deve essere il paziente ad avere la forza di volontà di assumerlo e di sconfiggere la propria dipendenza».
Incidenti e costi sociali
Una recente indagine condotta dall’Aci ha dimostrato che un torinese su due ha paura degli ubriachi al volante. Del resto, nel solo 2006 gli incidenti causati da automobilisti che hanno alzato troppo il gomito sono stati oltre 7mila. Oltre la metà del totale secondo gli esperti del settore, con un bilancio di vite umane spezzate che, nel solo Piemonte, si può quantificare in più di cento. «È sufficiente assumere un bicchiere di vino o l’equivalente di una lattina di birra per raddoppiare i nostri tempi di reazione al volante - spiega l’esperto del Mauriziano -, e se poi pensiamo che l’alcol ha anche l’effetto di rallentare i nostri freni inibitori, è facile calcolare i rischi per chi guida dopo essere passato per un bar. Senza dimenticare che un uso prolungato dell’alcol può portare a un demenza alcolica che compromette in maniera permanente le capacità cognitive del malato». Una piaga che si traduce con costi sociali altissimi. Vino, birra e whisky uccidono ogni anno 30mila persone, e sono la prima causa di morte nella fascia di età tra i 19 e i 29 anni, come riportato dagli studi condotti dal Gruppo Abele.
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Scritto da:
Paolo Varetto - varetto@torinocronaca.it