Giallo sul bimbo annegato. Sull’elicottero non c’erano i farmaci

Lorenzo poteva essere salvato. 118 nel caos, cacciato il medico

TORINO 06/09/2008 - Errore, inganno, dubbio. Eccola, in tre parole, la vicenda del piccolo Lorenzo, morto a due anni nella piscina di famiglia. L’errore: il farmaco salvavita della dotazione d’emergenza viene dimenticato nel frigorifero della base dell’elisoccorso. L’inganno: l’équipe si accorge dell’errore, chiama la base, ma attacca il telefono senza comunicare nulla. Il dubbio: Lorenzo si sarebbe salvato con quel farmaco? Nell’attesa che la Procura risponda a questa domanda, ieri il 118 ha cacciato il medico considerato responsabile dell’errore.

«Abbiamo sbagliato»
«Sì, è vero: l’adrenalina è stata dimenticata nella base di corso Marche». Ad ammettere il terribile errore degli uomini intervenuti a Rivarossa per cercare di salvare la vita del piccolo Lorenzo, è Danilo Bono, direttore del servizio 118 di Torino.
La vicenda è venuta a galla con una denuncia anonima giunta giovedì ai giornali: il farmaco che avrebbe dovuto salvare il bambino non era sull’elicottero intervenuto sul posto. «Appena saputo di quella lettera abbiamo verificato - spiega Bono - ed effettivamente era così. Ora partirà un’indagine interna per accertare le responsabilità. Abbiamo anche preso contatto con la Procura di Ivrea che deciderà se procedere. Ho parlato con il medico e l’infermiere - continua Bono - hanno piena consapevolezza dell’errore ma sono convinti che non ha influenzato l’esito dell’intervento. Secondo loro, quel bambino non si poteva salvare e, in base ai dati in nostro possesso, anche io la penso così». Ma quando si sono accorti dell’errore cosa hanno fatto? «Hanno chiesto in centrale l’intervento di un’ambulanza con a bordo i medicinali ma poi si sono accorti che ormai non c’era più nulla da fare e hanno annullato la richiesta». Ma allora voi eravate a conoscenza del fatto che erano senza adrenalina? «No. Hanno telefonato in centrale ma poi si sono interrotti subito, prima di chiedere l’intervento del mezzo di soccorso. E hanno messo giù».

Cacciato il medico
Con un apposito comunicato, ieri pomeriggio la Direzione generale dell’Azienda ospedaliera Cto-Maria Adelaide, cui è affidata la gestione del sistema provinciale 118, ha annunciato «l’interruzione del rapporto di convenzione con il medico anestesista, dipendente di altra azienda sanitaria, impegnato nel soccorso. Infatti, sono emerse rilevanti incongruenze tra il tipo di intervento effettuato e quanto desumibile dal rapporto clinico redatto dal suddetto sanitario al termine dell’intervento».

Chi è la talpa?
La centrale operativa del 118 ha sede a Grugliasco, nell’ex manicomio. Circondata dal verde, all’esterno dell’edificio regna la pace. Ma all’interno si respira un clima ben diverso. Nei corridoi, gli impiegati si aggirano con in mano i quotidiani, leggono, poi si fermano a parlottare a bassa voce. Solo dal piano di sotto giunge qualche sporadica risata. «E’ partita la caccia alla talpa», ci confessano. Tutti si chiedono chi abbia spedito quelle lettere, con la consapevolezza che è stato uno di loro: qui lavorano una cinquantina di persone tra dottori, infermieri, impiegati e operatori tecnici. Ma chi ha spedito la lettera ha accesso alle cartelle cliniche e sa leggere un elettrocardiogramma, e questo restringe notevolmente il campo.
«Quanto è accaduto, usando un eufemismo, è perlomeno spiacevole - spiega Laura Taverna (nel tondo), responsabile della base elisoccorso di Torino - Ma più che della talpa io mi preoccupo per le persone che sono state colpite: la famiglia di quel povero bambino e i nostri colleghi».

L’adrenalina era in frigo
La stessa responsabile spiega come è organizzato il servizio: «La chiamata di soccorso arriva qui, in centrale, dove viene valutata da un infermiere che decide il tipo di mezzo da utilizzare. A quel punto parte l’avviso per l’elicottero». I mezzi decollano dal campo volo di corso Marche, da qui cinque persone (pilota, tecnico, medico, infermiere e un uomo del soccorso alpino) sono pronte a partire in ogni momento: «Le procedure sono strettissime - spiega ancora Taverna - A ogni cambio turno viene fatto un check completo dei medicinali, per verificare che ci sia tutto. La gran parte dell’attrezzatura resta sempre a bordo dell’elicottero mentre alcune medicine, tra cui l’adrenalina, vengono conservate in un sacchetto in frigo, nella base.Quando parte l’allarme, l’infermiere deve prendere il sacchetto e il medico verificare che l’abbia fatto, poi si decolla».

A questo punto capire cosa è successo quel giorno diventa abbastanza facile: arriva la telefonata, c’è un bambino da salvare e pochi minuti per farlo. Nella fretta di correre in suo aiuto, il sacchetto resta a terra. E nel sacchetto - tragico scherzo del destino - ci sono proprio le fiale di quell’adrenalina che scorre a mille nel sangue dei soccorritori ma che invece servirebbe a tentare di rianimare Lorenzo. «Quel giorno - conclude Taverna - erano al quinto intervento, il secondo su un bambino. Ogni turno dura 12 ore, durante le quali non ci si può mai rilassare: devi essere sempre pronto, devi dare tutto in mezz’ora. A bordo degli elicotteri ci sono persone con almeno due anni di esperienza, con alle spalle appositi corsi di formazione. Ma restano uomini, e possono sbagliare. Non è un tentativo di trovare scusanti, ma la realtà della nostra professione». Ora sarà la magistratura a chiarire se quell’errore è costato la vita a un bambino o se, come al 118 sostengono tutti, davvero Lorenzo non si poteva salvare e quei due medici hanno “solo” avuto paura di ammettere uno sbaglio che, professionalmente, poteva costare caro.

Pronti soccorso affollati, carenza cronica di personale medico e di risorse, mancata integrazione tra territorio e ospedale: il sistema d’emergenza sanitario piemontese fatica a sollevare il capo e chiede aiuto perché è emergenza. L’ultima batosta ha le ore contate e arriva per lettera anonima: una denuncia fatta da qualcuno, probabilmente interno ai servizi di soccorso, che accusa i medici del 118 intervenuti sul posto della morte del piccolo Lorenzo Appierto: «Non avevano i farmaci per salvare il bambino». Un’accusa pesante che qualcuno guarda con sospetto: «Sono molto perplesso e credo sia una vigliaccata – commenta Giancarlo Del Gaudio, segretario regionale Fimmg-Emergenza sanitaria -. In un momento di cambiamento interno al sistema d’emergenza sanitario piemontese credo ci sia la volontà di qualcuno di destabilizzare il sistema, che ci sia una lotta intestina, che qualcuno voglia mettere le mani sul sistema d’emergenza del 118».

Sui nodi del sistema d’emergenza piemontese, invece, non ci sono dubbi. «C’è una carenza cronica di personale medico d’emergenza – ammette Del Gaudio -: le 72 postazioni medicalizzate possono contare su 350 medici, ma dovrebbero essere 420: una carenza del 20%». A Torino, secondo le stime di operatori di settore, i medici d’emergenza del 118 sono circa 32 e 18 sono presenti nei pronti soccorso degli ospedali Martini, Maria Vittoria, Mauriziano e Giovanni Bosco: «Sono insufficienti» ammettono «senza contare che sono gli stessi, non c’è ricambio e il numero si assottiglia ogni giorno di più a fronte di servizi più alti da sostenere e richieste dell’utenza triplicate: oggi sono 250mila l’anno contro le passate 120mila».

Scricchiola poi l’integrazione tra territorio e ospedale. «Da circa 9 anni – spiega Del Gaudio - i medici del 118 oltre a svolgere parte della loro attività in centrale operativa e sul territorio, lavorano anche nei pronti soccorsi, ma di fronte alla delibera regionale che presuppone la creazione di un’unità autonoma di pronto soccorso che non tiene conto dei medici del 118, si assisterà ad una grave discontinuità tra territorio e ospedale». Meno pessimista è Ugo Sturlese della Commissione d’emergenza regionale. «L’obiettivo finale della delibera non è la disgregazione ma l’integrazione tra le équipe ospedaliere e quelle territoriali. Per quanto riguarda la rete d’emergenza territoriale del 118. è una rete efficiente e capillare. Infine, sul versante ospedaliero attualmente stiamo cercando di sviluppare completamente i cosiddetti servizi ospedalieri “dedicati” ovvero di medicina e chirurgia e d’accettazione e urgenza».

Claudio Neve
Liliana Carbone



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