
L'irriducibile brigatista che ha sposato la causa dei centri sociali, il ventenne "figlio d'arte", il capo ultrà e il consigliere comunale con la stampella. Dai prodromi della lotta armata che cancellò l'idea di una rivoluzione proletaria, alle occupazioni e ai sassi lanciati contro poliziotti e carabinieri.
L'IRRIDUCIBILE
Nelle foto del processo al nucleo storico alle Brigate rosse del 1976, a Torino, lui è quello con la barba e il pugno alzato accanto a Renato Curcio. È lui che, quando in aula piomba la notizia dell'assassinio del maresciallo di polizia Berardi, continua a scrivere imperterrito, magari uno di quei comunicati da leggere, dalla gabbia degli imputati, a nome di Curcio, Franceschini e gli altri.
Maurizio Paolo Ferrari (foto) ha 66 anni: l'ultima sua immagine in cronaca è quella di un anziano calvo che scende dal tetto di uno stabile occupato a Milano durante uno sgombero della polizia. Cresciuto in una comunità religiosa per minori, poi operaio alla Pirelli, negli anni '70 Ferrari è con Curcio, Franceschini e Mara Cagol. Il suo nome è legato ai sequestri del sindacalista della Cisnal Bruno Labate (fu ritrovato legato a un lampione davanti a Mirafiori) e del dirigente della Fiat Ettore Amerio, al momento dell'arresto sulla sua auto c'erano copie dei comunicati brigatisti sul sequestro del giudice Sossi. Viene condannato a 21 anni di galera, più altri nove per la rivolta in carcere all'Asinara. È uscito nel 2004, senza mai usufruire di un permesso, senza chiedere clemenza, soprattutto senza mai essersi dissociato. Da allora vive sempre a Milano e partecipa attivamente alle iniziative dei centri sociali milanesi. È tra i fondatori di Olga, contro il sistema carcerario e, si legge nell'ordinanza, « nel gennaio 2005, viene indagato per il reato di associazione con finalità di terrorismo ed eversione dell'ordine democratico», in seguito alla costituzione di una associazione con finalità eversiva in carcere.
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