Alberto Morano, candidato di Lega e Fdi

«Scendo in politica per amore di Torino E non farò inciuci»

Certo, anche lui avrebbe preferito che il centrodestra ritrovasse l’unità perduta. Ma da notaio e avvocato d’affari, Alberto Morano sa benissimo che un accordo può essere stretto solo quando c’è la reciproca volontà delle parti in causa. E a Torino non è andata così. Alla fine, Forza Italia ha deciso di insistere sull’ex onorevole Osvaldo Napoli, mentre la Lega Nord e Fratelli d’Italia hanno scelto di giocarsi la carta della società civile. Quella di un professionista «che forse ha una visione di Torino e del mondo un po’ più ampia di un politico di carriera».

Notaio, prima di iniziare ci dica una cosa: chi gliel’ha fatto fare di entrare in politica? «La risposta è molto semplice: sono innamorato di Torino. Poi è abbastanza evidente che la mia candidatura partisse da una prospettiva diversa, quella di un centrodestra unito».

Poi cosa è successo?

«Si sono scompaginati dei giochi dei quali non ero ancora a conoscenza».

Ovvero?

«Parlo di alcuni accordi tra personaggi di Forza Italia e il Pd. Prendiamo il mio primo antagonista, il notaio Biino: un amico, una persona assolutamente stimabile, ma scelto da Chiamparino per entrare al Castello di Rivoli e con un’ex moglie dipendente comunale, inserita da Fassino nel sistema delle partecipate della Città».

Insomma, il solito “Sistema Torino”?

«Questi sono fatti, ma non li ridurrei tanto a un problema di “sistema”. Piuttosto è l’abitudine di spartire il potere senza opposizione alcuna. Volete un esempio? Paolo Peveraro, da responsabile del debito record di Torino, è stato messo a controllare i conti di Iren per poi diventarne il presidente».

E come si è arrivati ad Alberto Morano?

«Perché qualcuno ha fatto sapere a Salvini chi è Biino. Con la garanzia che il sottoscritto di accordi con Fassino non ne avrebbe mai fatti».

Intanto Forza Italia ha tirato dritto su Napoli. Una scelta che potrebbe danneggiarla?
«È complicato da dire, per un non politico come me. L’unica cosa che so, girando per i mercati e parlando con la gente, è che Berlusconi non è amato. Posso dire che la sua entrata all’ultimo crea un po’ di confusione. Ma non credo che andrà al ballottaggio né che raccoglierà il 12% dei consensi come dice».

Ma perché il centrodestra a Torino non riesce mai a fare la scelta giusta?
«Posso rispondere con una domanda: quando mai ha trovato un candidato credibile, ad eccezione di Costa? Ora non so se quello sono io, ma di certo sono un uomo nuovo perché non ho mai fatto politica. Io ho solo e sempre lavorato, e credo che questo mi abbia dato una visione di Torino e del mondo un po’ più ampia dei miei avversari».

E come vede lacittà?

«Partendo da un dato fondamentale, un debito che ha raggiunto i 4,4 miliardi. Checché ne dicano Fassino e Passoni, nell’ultimo anno è aumentato di 115 milioni. Basta leggere lo stato patrimoniale del Comune».

Come fare allora per invertire la tendenza?

«Iren è l’unica partecipata del Comune ad avere un vero appeal internazionale. Certo, per venderla a degli operatori seri, che non siano i soliti amici degli amici, serve del tempo. Ma io saprei esattamente come fare, se non altro perché è il mio lavoro: servono un paio di grandi banche d’affari per invitare potenziali compratori e arrivare a selezionarle due o tre».

E altri risorse da mettere sul mercato?

«Gtt, anche se è fortemente sindicalizzata e vanta troppi crediti verso il Comune. Piuttosto bisognerebbe rivedere interamente i contratti di appalto e fornitura. E poi, a costo di essere impopolare bisogna cambiare integralmente la classe dirigente della Città. Come si fa? Li mandi a casa e crei una nuova amministrazione».

Detto che parlare del Comune di Torino oggi significa parlare anche della Città metropolitana.
«Fassino ama ripetere che con la Città Metropolitana lui va a Londra e “vende” un bacino di 2,5 milioni di abitanti. Peccato che Londra su Torino non spenda».

Come invertire questa tendenza?

«Devi innanzitutto essere serio e pensare da qui a 10 anni. Torino è una città vecchia e che nel prossimo decennio scenderà a 800mila abitanti pur avendo 200mila stranieri. È evidente che a queste condizioni attrarre grandi fondi immobiliari sia molto difficile. Noi, per tradizione e cultura, abbiamo piuttosto da offrire le aziende. Ma per essere competitivi dobbiamo farci conoscere nel mondo».

In che modo?

«Servirebbe un ambasciatore».

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