IL RITRATTO. Dalla perdita delle gambe alle paralimpiadi

Alex, il “superman” che risorge sempre. Un esempio per tutti

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Ci sono due famiglie che da venerdì fanno il tifo per Alex Zanardi. Quella stretta, la moglie Daniela e Niccolò che oggi ha 22 anni ed era ancora un bimbo in occasione dell’incidente che ha cambiato la vita a suo padre. E quella più larga che oltre ai parenti e agli amici stretti comprende tutti quanto gli vogliono bene, lo stimano e lo vedono come un esempio. Un superman, forse più semplicemente un uomo capace di andare oltre i suoi limiti e che meriterebbe un riconoscimento ancora maggiore rispetto a quelli che ha già ottenuto. Alex è Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e Commendatore, ha 4 Collari d’oro al merito sportivo, Caschi d’oro e premi sparsi. Ma qui serve qualcosa in più da parte dello Stato, che lo renda unico agli occhi del mondo. Una proposta che fin da oggi il nostro quotidiano appoggia con forza e rilancerà nelle sedi opportune.

Perché crediamo tutti che ancora una volta, come araba fenice, Zanardi saprà uscire da questa situazione drammatica e farlo bene, anche se la parola d’ordine al momento è pazienza. Lo ha confermato anche l’ultimo bollettino medico di ieri mattina, in attesa di nuovo aggiornamenti che arriveranno oggi attorno all’ora di pranzo. Le condizioni, dopo la terza notte al policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena, sono rimaste stabili. Nessuna variazione nei parametri cardio-respiratori anche se il quadro neurologico permane grave». Qualche spiraglio in più, al di là del linguaggio medico, è arrivata dalle parole del professor Sabino Scolletta, direttore del reparto di terapia intensiva nel nosocomio senese. A Sky Tg24 e poi ancora a Rai3 ha ripetuto che la pazienza è al momento la migliore via da praticare: «Ha ancora necessità di essere sedato e attaccato alla macchina, ma siamo contenti. Serve cautela, perché il cambiamento potrebbe essere repentino. Nel complesso però le condizioni generali restano stabili e noi siamo soddisfatti per questo quadro clinico. Risveglio? Pensiamo più nei prossimi giorni che nelle prossime ore. Al cervello serve tempo e riposo».

Tempo, quello che Alex ha rischiato di farsi sfuggire per sempre quel 15 settembre del 2001 in Germania. Lui, che tredicenne aveva perso la sorella Cristina (promessa del nuoto) per un incidente stradale, era stato campione nel Kart e per due volte nella Formula Indy americana (1997 e 1998). E lì era tornato dopo la seconda parentesi in Formula 1, un destino che l’ha sempre tentato ma in fondo anche respinto. Quel giorno al Lausitzring l’impatto sulla barriere e poi l’incidente con la vettura del canadese Alex Tagliani che cambiò tutto. L’amputazione di entrambe le gambe, la lunga degenza e il lento ritorno alla vita, tutte scene che la famiglia sta rivivendo adesso. Da allora è tornato in posta, vincendo il Campionato italiano Superturismo quattro anni dopo ma soprattutto ha scoperto l’handbike. Un amore nato per caso e diventato ragione di vita. Partendo dal nulla è arrivato quarto alla Maratona di New York nel 2007 e si è scoperto grande alle Paralimpiadi di Londra 2012. Due ori, nella prova in linea e in quella a cronometro, e un argento in staffetta con Luca Mazzone e Vittorio Podestà. Poi altri due ori olimpici a Rio 2016, nella cronometro e nella staffetta mista e otto titoli mondiali. Ma il suo valore va molto oltre, per la testimonianza di vita che da quasi vent’anni offre. A Siena era andato per l tappa della staffetta Obiettivo Tricolore, ennesima promozione alla vita. Ecco perché la vita, lo Stato, questa volta gli deve molto di più.

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