Il 10 giugno del 1981 la tragedia che tenne l'Italia col fiato sospeso

ALFREDINO RAMPI. Trentasei anni fa il bimbo nel pozzo che fermò il Paese

Il bimbo era andato a fare un giro con il papà ed i suoi amici. Al ritorno chiese di passare per i campi, ma cadde in un buco profondo 80 metri e lì trovò la morte

Alfredino Rampi

Il 10 giugno di trentasei anni fa, un mercoledì che sarà impossibile dimenticare, il signor Ferdinando Rampi esce di casa per fare una passeggiata con un paio di amici e il figlio maggiore Alfredino, che di anni ne ha soltanto 6. Al rientro da quel giro, il bimbo chiede al padre se può raggiungere l’abitazione passando attraverso i campi. Ferdinando risponde di sì. Ma non può sapere, l’uomo, che quel suo sì avrebbe scatenato una tragedia che ancora oggi è impressa in maniera indelebile nella memoria collettiva di un Paese, l’Italia, che non ha scordato e non vuol scordare quanto accaduto.

La tragedia che si consuma in quel mercoledì 10 giugno 1981 porta il nome e il cognome della piccola vittima, Alfredino Rampi, e il nome della località in cui va in scena: Vermicino, piccolissimo centro abitato a metà strada tra Roma e Frascati. Quel mercoledì 10 giugno di trentasei anni fa quel bimbo di soli 6 anni, mentre torna verso casa dalla passeggiata con il papà Ferdinando e con altri due uomini, cade in un pozzo. E muore dentro quel pozzo nonostante i disperati tentativi di salvarlo. La diretta a reti unificate della Rai dura 18 ore e riesce a tenere un’intera nazione con il fiato sospeso davanti al televisore: sono 21 milioni i telespettatori. La tragedia di Alfredino entra di prepotenza nelle case di tutti gli italiani e da tutti gli italiani viene vissuta con una partecipazione che non si ricorda per altre vicende che hanno segnato la cronaca più o meno recente del nostro Paese.

Sono le 19.20 quando Ferdinando dà al figlio Alfredino il permesso di staccarsi dal resto del gruppo per rientrare da solo a casa passando per i campi. Ma quando l’uomo giunge nell’abitazione in cui vive con la moglie e con i due figli, scopre che il piccolo di 6 anni non è ancora arrivato. Sono le 20. La famiglia si mette sulle tracce del bambino. Non trovandolo, decide di chiedere aiuto alle forze dell’ordine. Sono le 21.30 quando parte la chiamata al 112. Attorno a mezzanotte, il brigadiere Giorgio Serranti sente qualcuno parlare di un pozzo artesiano. Gli spiegano che si tratta di un buco nel terreno largo una trentina di centimetri e scavato da pochi giorni per cercare acqua: scende fino a 80 metri di profondità. Dicono d’aver già controllato: il foro è coperto. Serranti risponde: «E che significa? Qualcuno potrebbe averlo chiuso dopo, senza sapere se dentro c’è il bambino». Si fa condurre al pozzo, si china, tende l’orecchio. Passa un aeroplano, il rombo copre tutto. Insiste, zittisce tutti, infila la testa nel buco. Sente una voce: «Mamma!». Alfredino è lì dentro, è caduto in quel pozzo artesiano profondo 80 metri. È l’inizio di una sconvolgente via crucis che sarà impossibile dimenticare.

Dopo quasi tre giorni di tentativi falliti di salvataggio, il piccolo Alfredino Rampi muore di stenti. Il proprietario del terreno, Amedeo Pisegna, abruzzese di 44 anni e insegnante di applicazioni tecniche, verrà in seguito arrestato con l’accusa di omicidio colposo e con l’aggravante della violazione delle norme di prevenzione degli infortuni: aveva chiuso il pozzo attorno alle 21, dopo che il bambino era caduto, sistemando sulla fessura una lamiera. Non poteva immaginare che pochi istanti più tardi si sarebbe scatenato l’inferno.

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