Fra gli indagati l'ex capo della Mobile di Roma

ALMA SHALABAYEVA. Rapita con la figlia espulsa dall’Italia. Ora processo per 7

Era il mese di maggio del 2013 quando la moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, venne espulsa dal nostro Paese assieme alla figlioletta di 6 anni

Era il mese di maggio del 2013 quando Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, venne espulsa dal nostro Paese assieme alla figlioletta di 6 anni, Alua. Quel l’improvviso allontanamento aveva qualcosa di strano, di anomalo. Qualcuno parlò addirittura di “seque stro di Stato”

L’espulsione di Shalabayeva, annullata poi dalla Corte Suprema di Cassazione perché «viziata da illegittimità », sarebbe stata infatti suggerita al governo italiano dal dittatore kazako Nursultan Nazarbaev. Il sospetto era che attraverso l’a mbasciata a Roma, l’ex repubblica sovietiva avesse addirittura esercitato pressioni indebite sui vertici del nostro ministero dell’Interno, allora retto da Angelino Alfano. Adesso, a distanza di più di quattro anni da quella espulsione, avrà inizio il processo per sette persone che dovranno difendersi dalle accuse di sequestro di persona, falso in atto pubblico, omissioni e abuso d’ufficio.

Dopo aver concluso la fase delle indagini preliminari nei confronti degli 11 personaggi inizialmente iscritti nel fascicolo del pm, la Procura di Perugia ha quindi chiesto il rinvio a giudizio per sette di loro. E tra gli indagati principali figurano l’ex capo della squadra mobile di Roma Renato Cortese ( attualmente questore a Palermo), l’ex capo dell’Ufficio immigrazione Maurizio Improta (oggi questore a Rimini) e Francesco Stampacchia, ex commissario capo della squadra mobile di Roma.

La richiesta di rinvio a giudizio della magistratura ha investito anche l’ex giudice di pace romana Stefania Lavore, alla quale si contesta di aver stabilito l’insussistenza dello stato di rifugiata per Shalabayeva e di non aver acloro cettato la sua richiesta di asilo politico. Erano stati infine indagati anche quattro funzionari dell’ambasciata del Kazakistan a Roma, ma lo status di diplomatici esclude la possibilità di un processo: tra di loro c’è pure l’ex ambasciatore Andrian Yelemessov.

Alma Shalabayeva e la figlia Alua furono prelevate dalla abitazione di Casal Palocco, in provincia di Roma. Era la notte tra il 28 e il 29 maggio del 2013. Due giorni più tardi, e al termine di un velocissimo iter amministrativo capace di suscitare non poche perplessità, madre e figlia vennero quindi imbarcate su un aereo noleggiato dal governo kazako e trasferite in Kazakistan. E una volta giunte ad Astana, vennero accompagnate nella vicina località di Almaty e costrette agli arresti domiciliari.

Alcuni giorni dopo quel bizzarro allontanamento, il Tribunale di Roma stabilì che il presupposto con cui era stata giustificata l’espulsione – vale a dire un passaporto diplomatico della Repubblica Centrafricana in possesso della donna e considerato falso – non sussisteva. Si cominciò pertanto a parlare di “sequestro di Stato” e l’accompagnamen to forzato di Alma Shalabayeva e della figlia Alua in Kazakistan divenne uno spinoso caso politico e diplomatico. E si intuì, a quel punto, che alle autorità kazake non interessavano madre e figlio, ma l’uomo che avrebbe dovuto trovarsi con loro nell’abitazione di Casal Palocco: il dissidente Mukhtar Ablyazov, considerato dal dittatore Nursultan Nazarbaev un «pericoloso criminale » e «terrorista internazionale ».

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