Equilibri e timori

La speranza è talmente delicata che occorre trattenere il fiato, perché anche un semplice sospiro di sollievo potrebbe mandarla in frantumi. Ma per fragile che sia, a questa si devono aggrappare i quasi cinquecento lavoratori dell’Embraco.

Cinquecento è un numero piccolo o enorme, a seconda dei casi. Può sembrare una cifra ridotta, pensando a quello che è il gruppo di cui fa parte la Embraco e di conseguenza alla portata delle sue strategie. Ma è enorme se iniziamo a moltiplicare: per ognuno di questi lavoratori, quanti sono i famigliari coinvolti? Ci sono mogli o compagne, figli oppure genitori anziani. E così ad allargare.

Si possono analizzare le cifre finché si vuole e certe volte anche sorridere per i segni positivi, ma alla fin fine, poiché nessuno è un’isola, le conseguenze della crisi di anche una sola realtà produttiva possono riverberarsi fino a tutto il tessuto sociale.

Meno soldi alle famiglie (causa disoccupazione, cassa integrazione o contratti atipici accettati obtorto collo) significa meno consumi, non solo nei generi voluttuari ma anche nella formazione (libri, corsi di studio, scuole specializzate), che è la parola magica che tanti pronunciano quando parlano delle sfide del futuro mondo del lavoro.

Con il paradosso, però, di dover lasciare a piedi chi si trova a metà del guado. E, fatalmente, è il punto di equilibrio che regge tutto. Una volta si chiamava ceto medio.

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