L’ottimismo che licenzia

Meno male che ci sono le elezioni alle porte, così respiriamo un poco di ottimismo. L’export tira, aumentano gli occupati e le imprese prevedono nuove assunzioni e aumenti di produzione. Almeno così si dice.

Ma poi ecco che arriva una doccia fredda: all’Embraco di Riva di Chieri, i messicani che fanno i frigoriferi per la Whirlpool licenziano 500 dipendenti e salvano solo una sparuta pattuglia di commerciali. Famiglie sul lastrico, un paese in crisi, un sindaco con le mani nei capelli. Solidarietà, è ovvio. Tavoli di trattativa, come se piovesse. Promesse. Ma i messicani vanno per la loro strada.

Proprio come i francesi della Comital di Volpiano che prima licenziano 140 addetti, poi ci ripensano, offrono un anno di cassa ma pensano solo alla liquidazione. C’è da essere ottimisti? Bah, se aggiungiamo le cartiere Burgo di Verzuolo, le vertenze sull’Ilva nazionale che tuttavia toccano Alessandria e Cuneo, la buriana delle mense scolastiche, le silenti agonie delle piccole imprese e aggiungiamo come ciliegina i posti a rischio della Fondazione Torino Musei, il quadro si fa drammatico.

E non abbiamo ancora parlato della crisi dell’edilizia che ha perso circa il 50 per cento degli addetti in dieci anni, e il piccolo commercio che dal 2007 ha tirato giù le serrande in 7mila 205 negozi. Se i dati raccolti dalle associazioni di categoria sono corretti, e non ne dubitiamo, c’è da preoccuparsi, e non poco. Perché una notizia come quella dell’Embraco fa capire che il nostro territorio è fragile e la politica, nonostante le promesse, non ha potere taumaturgico. L’ottimismo è facoltativo.

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