(Non) basta la parola

Sono molto lieto che in Comune ci si sia presi la briga di superare le discriminazioni di genere, anche a cominciare dal linguaggio. Certo, il manualetto che in questi mesi ha preparato l’assessore Giusta lascia più di una perplessità, soprattutto nel caso di talune forzature che vanno a cozzare violentemente contro la grammatica, la prassi e molte volte il buon senso.

Ma se è per una buona causa, direi che si può sorvolare. Una insigne docente della nostra università era solita dire «prima di pensare a ciò che la grammatica vieta, pensiamo a ciò che ci consente». E dopo tutto se abbiamo accettato nel linguaggio comune cose come “lovvare”, “defolloware” e via dicendo, possiamo anche ammettere termini che a prima vista ci sembrano ostici o perifrasi quantomeno avventurose e superflue.

Confido poi che la lotta alle discriminazioni, ogni forma di discriminazione, possa andare anche al di là di una semplice formula linguistica. Perché ci dovrà pur essere una via di mezzo tra le forzature linguistiche del politicamente corretto e la deriva dell’odio e dell’invettiva gratuita che rappresenta la prassi sui social network. Il rischio è di diventare talebani della forma, scordando la sostanza, che dovrebbe derivare prima di tutto dall’educazione (concetto in disarmo, ormai). Per parafrasare una vecchia pubblicità, non basta la parola. Non sempre.

Twitter @AMonticone

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