Abolite chi abolisce

La campagna elettorale appena iniziata è già diventata una farsa indecente, con la gara affannosa di tutte le coalizioni a chi promette di più. L’impegno ad abolire le cose più sgradite (Renzi il canone Rai, Salvini la legge Fornero e l’obbligo vaccinale, Grasso le tasse universitarie, Di Maio il redditometro e altre 400 leggi…) ha scatenato sui social la campagna beffarda “abolisci qualcosa” con migliaia di suggerimenti non meno demenziali di quelli dei politici.

Si va dai canditi nel panettone al mal di denti. L’immagine della classe politica non era mai caduta così in basso. Ma hanno idea, ‘sti balenghi, di cosa costerebbero le loro abolizioni? Oltre 100 miliardi quella della riforma Fornero, solo nella prossima legislatura (2018-2023). Poi c’è il “reddito di dignità” di Cerone Berlusca: un’integrazione esentasse fino a 1.000 euro al mese per chi guadagna di meno.

Teoricamente 1.000 euro secchi per non fare un tubo, quando c’è chi si spacca la schiena da notte a notte per 600. Tutti i datori di lavoro sarebbero costretti ad aumentare la paga ai dipendenti. Se a far nulla mi danno 1.000 euro – dirà ogni candidato, al colloquio – quanto mi dà in più lei perché io lavori? Meno male che non ci sono i fondi per questa folle regalìa.

Brutto scivolone, però, quello di Silvio, da campione del liberalismo a venditore di pomate miracolose. Non è neanche più scarpa destra prima del voto e sinistra dopo, è peggio: è la campagna di Cetto Laqualunque: “chiù pilu per tutti”. C’è già rancore, nella galera Italia, fra chi sotto rema e chi sopra fa ammuina o prende il sole. Ma se il timoniere abolisce i remi, sarà naufragio sicuro.

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