CINEMA

Da Cannes a Torino, ecco Sofia: «Così racconto la donna araba»

Parla la regista marocchina Meryem Benm’Barek che stasera presenterà il suo film

Sofia è una giovane donna marocchina di Casablanca, è nubile e in quanto tale cerca di tenere nascosta la propria gravidanza. Dopo il parto, però, la ragazza è costretta ad affrontare la propria famiglia, che vuole spingerla al matrimonio con il padre del bambino, Omar, conosciuto per caso in un call center. Per evitare poi che l’ospedale dove è ricoverata avvisi le autorità giudiziarie per procedere penalmente, perché in Marocco ogni gravidanza fuori dal matrimonio è illegale e punita con il carcere, con l’aiuto della cugina Lena, Sofia va alla ricerca di Omar. Alla fine lo troverà e cercherà di ricucire la frattura con un patto riparatore tra famiglie, ma il finale riserverà una sorpresa. La storia è raccontata in un lungometraggio di 80 minuti da Meryem Benm’Barek, 80 minuti che sono valsi alla giovane regista franco-marocchina il premio per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes 2018 nella sezione “Un certain regard”. L’opera prima della sceneggiatrice di Rabat, belga di adozione, è uscita ieri nelle sale italiane distribuita da Cineclub Internazionale. Questa sera sarà proiettato al cinema Esedra di Torino (ore 20,30) e per l’occasione sarà presente anche la regista. Noi l’abbiamo incontrata in anteprima.

Come nasce l’idea del film?
«Mi sembrava che mancasse qualcosa nella narrazione che si fa della donna nel mondo arabo, perché si è sempre parlato delle donne come vittime del patriarcato, ma la questione è più complessa, è legata di più al potere economico. Chi appartiene a una classe inferiore è la vittima, il potere del denaro crea il conflitto delle classi. Per questo nel film Omar, di una classe inferiore rispetto a Sofia, diventa la vittima, mentre Sofia, della classe media, rifiuta di esserlo».

Nel film sembrano esserci due anime del Marocco, quella più tradizionale, rappresentata da Sofia, e quella più moderna, rappresentata dalla cugina Lena.
«Così viene percepito dall’Europa, in realtà anche la modernità è condizionata dall’appartenenza alla classe sociale. Lena appartiene alla parte fran cese, quella più ricca che ha più possibilità di ottenere visti, di viaggiare, Sofia, che è della classe media, vorrebbe anche lei essere moderna, ma è il potere economico che “rende moderni”».

Come è stato accolto il film?
«Ci sono state reazioni molto positive in generale, ma le più interessanti, le più appassionate, le più istintive sono state quelle dei paesi del Mediterraneo, la Grecia, la Spagna, l’Italia, forse perché abbiamo molto in comune».

E in Marocco?
«Il pubblico lo ha accolto molto bene, la stampa marocchina arabofona, quella letta dalle classi medio basse, lo ha apprezzato e ha sottolineato il tema della frattura sociale, mentre la stampa francofona, quella di maggior potere, lo ha valutato in modo più superficiale, non ha dato peso alle differenze sociali».

Sta già lavorando a un altro progetto?
«Sì, farò un secondo film, per ora è solo abbozzato, la prossima settimana quando torno a casa ci lavorerò».

È la prima volta che viene a Torino?
«Sì, non l’ho ancora vista, ma so già che l’amerò».

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