L’IINTERVISTA. Lo storico dell’economia Giuseppe Berta

«Città in declino Tanti colpevoli»

«Il grattacielo della Regione simbolo delle velleità. E il Comune va in crisi per fare le carte d’identità...»

La Mole del 2020 è il grattacielo della Regione ancora incompiuto, nato forse male e cresciuto anche peggio, come i costi levitati a dismisura, i tempi di realizzazione ancora incerti, fulcro di un nuovo baricentro della politica torinese nelle intenzioni ma coacervo di dubbi nel presente e nel futuro. È questa la “cartolina” di una Torino in declino, o per meglio dire paralizzata, che propone il professor Giuseppe Berta, ordinario di storia dell ’economia, autore di un saggio all’interno di un libro dal titolo significativo: “Chi ha fermato Torino?”.
Quindi professore il grattacielo è un simbolo?
«Se io facessi una lista civica lo userei come logo, sì. Perché bisogna svegliarsi: o serve a qualcosa e lo si completa, oppure buttiamolo giù. È il simbolo dell’immobilità di Torino, è una velleità»
Possiamo dire che Torino è in declino?
«Decisamente. Un declino ventennale, una tendenza sul lungo periodo che ha accompagna il declino italiano. Anzi, per certi versi anticipa e acutizza il declino italiano».
Quali sono i fattori di questo declino?
«La caduta economia fa impressione. Il fatto è che Torino ha subìto varie catastrofi, va evidenziato che la globalizzazione ha spostato dei centri economici fuori Europa e al di fuori dell’Occidente. La globalizzazione ha imposto una collocazione più defilata. La Torino della mia giovinezza aveva molti contatti con il mondo economico, ora non li ha più. E da un lato c’è stata una tendenza generale che ha imposto un riposizionamento, dall’altro ci sono fattori che ci hanno messo del loro».
Allude anche alla classe politica?
«Nessuno è esente da colpe. Sembra un romanzo, “Omicidio sull’Oriente Express”, dove ciascuno infligge una pugnalata alla vittima. La classe politica ha cavalcato la trasformazione urbana, ma non aveva energie per ottenere risultati. Le Olimpiadi hanno dato la sensazione che Torino ce l’avesse fatta, che tutto bastasse. Invece non c’era una base economica autonoma, la città non aveva questa autonomia».
Lei si riferisce all’idea di una città senza più “la” fabbrica?
«Magari con meno fabbriche, con meno capacità produttiva. Però era stata la grande stagione industriale a garantire risorse per affrontare quel cambiamento»
E ora, invece?
« L’industria fa la sua parte, ma i numeri sono quelli che sappiamo. Non possiamo chiudere gli occhi di fronte al fatto che abbiamo prodotto 43mila auto nel 2018 e la metà nel 2019. Difficile immaginare lo sviluppo di un solo produttore, dobbiamo pensare a una filiera lunga».
Nel suo libro colpisce una frase: il fatto che il discorso “fabbrica” sia uscito dall’agenda politica.
«Non solo a Torino, ma in tutta Italia non c’è più stata l’attenzione necessaria. Il governo tedesco, nei suoi documenti di programmazione, parla di industria, quello italiano no. Siamo sempre a inseguire realtà di salvataggio, come Alitalia, a correre dietro alle emergenze. Sia i governi centrali sia le maggioranze locali. Io non butto la croce addosso a nessuno, ma qui c’è stata una resa preventiva».
Hanno responsabilità anche le forze sindacali?
«Indebolito il mondo del lavoro, è mancata la coesione che invece si vede in altre parti d’Europa. C’è una frammentazione di interessi e chi propone una visione credibile per il futuro?».
Il futuro, appunto. Cosa bisognerebbe fare?
«Ci vuole un grande investimento nella sanità. Immaginiamo quanta robotica e intelligenza artificiale c’è nella sanità, o le risorse della farmacologia. Dovremmo probabilmente reinventare uno sviluppo trasversale. Difficile pensare a un grande investimento da parte di Stellantis, il nuovo gruppo formato da Fca e Psa».
Manca quindi qualcuno che abbia una visione?
«Sì ma una visione e una voglia di scommettere su qualcosa di nuovo. Il grande problema di Torino è che è paralizzata d a ll ’enorme debito lasciato dalle Olimpiadi 2006».
Anche questo può aver bloccato le amministrazioni?
«Bisogna investire sulle capacità amministrative. Ora abbiamo un’amministrazione che va in crisi per fare le carte d’identità, le cose normali diventano un dramma. Va detto che a Torino eravamo abituati prima alla monarchia poi ai grandi industriali. Adesso dobbiamo ficcarci nella testa che dobbiamo metterci insieme e costruire. Non c’è uno che tira e un altro che segue».
E se le proponessero un impegno politico?.

«Ho 68 anni e a novembre vado in pensione, quindi no. Deve esserci una nuova forma mentale, giovane. Serve discontinuità con il passato, ciò che non è stata Chiara Appendino. Che è partita con il piede sbagliato, su questioni che non c’entravano, mentre avrebbe dovuto come ragionamento dotarsi di persone capaci. Basta il discorso sulle periferie, che è stato fatto in campagna elettorale, e invece siamo sempre lì con i problemi».

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