Cola rampa ëd Cavorèt

Foto Depositphotos

A j’era ‘na volta la merenda. I miei nonni, carichi di fagotti, partivano da Torino a piedi, o al massimo in tram per portarsi ai pedi della collina. Per Cavoretto e per il Pino c’era la corriera. Dal 1884 c’era anche la ‘dentera’ per Superga, e prima si noleggiavano i muli alla Madonna del Pilone (ne rimase traccia a lungo nel nome del ristorante “il Muletto”). Ma i più salivano a piedi per le tante strade che portano alle nostre vallate collinari. I prati si popolavano di allegre comitive con cibo e vino al seguito, si pranzava seduti a terra sul lenzuolo steso, si cantava, e se il prato era in piano si ballava anche, al suono del ‘presepio’ (la fisa) e della ‘froja’ (la chitarra). Poi venne l’auto, e la merenda diventò pic-nic. La scelta si estese ai prati della provincia e alle vallate alpine intorno a Torino. Mi ricordo, da bimbo, la scelta del posto, fatta da papà e mamma: “butomse sì ch’a jé l’ombra, no, butomse là ch’a jé ‘d cò la bialèra për lavé i piat”. Sì, si lavavano le stoviglie, alla fine, perché non c’erano ancora quelle di plastica. Oggi ci sono le “zone attrezzate”, e per chi vuole un po’ di quell’atmosfera senza faticare c’è addirittura una start-up su internet che propone finti pic-nic già organizzati, vicino a ristoranti, cascine, agriturismi o castelli con catering. Al cibo e alle bevande pensano loro. Alla musica anche. Ti devi solo sedere per terra sul plaid offerto dalla casa, e se trovi scomodo passi alle tavole normali. Alla fine, off course, paghi come al ristorante. Ormai ci piace comprare tutto chiavi in mano, e il pic-nic non fa eccezione. Che bello, però, quando una volta la merenda non era chiavi in mano, ma chiavi tra i busson (i cespugli).

collino@cronacaqui.it

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