Compagni di banco

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Michela e Max seguivano la lezione sui Promessi Sposi con un solo libro, di solito quello di lei, perché così potevano stare più vicini e tenersi per mano senza che l’insegnante se ne avvedesse. Erano nei banchi di fronte a me, al liceo. Mai saputo se poi quel libro sia stato davvero “galeotto” o profetico per loro due. Dall’altra parte della classe, invece, Michele e Davide giocavano sottovoce infinite partite a una specie di fantatennis di loro invenzione, senza mai raggiungere un vincitore sulla questione se fosse meglio Gabriela Sabatini o Steffi Graf. Da altre parti, in altre classi, doveva esserci un certo sadismo dell’insegnante che aveva messo come compagni di banco due che più diversi non sarebbero potuti essere per le loro idee politiche. Ma si sa che al l’uscita «Nietzsche e Marx si davano la mano». Memorie che ognuno di noi potrebbe ripescare agevolmente, sorprendendosi magari di ricordare il nome del compagno di banco persino delle elementari, non importa quanti se ne abbiano avuti negli anni, i loro nomi e i loro volti piano piano riemergono. E per tanti ci si chiede cosa ne sarà stato. Per altri si ringrazia di essersi persi di vita. Per qualcuno c’è un ricordo doloroso. Il compagno di banco, quando non scelto su parametri amorosi o amicali, è il primo abbinamento sociale della nostra vita, un passo fondamentale nella nostra formazione di individui e membri della società. Certo, non è che adesso le misure anti Covid isolino totalmente i ragazzi, e personalmente mi piacciono questi banchi singoli con rotelle, un po’ da high school americana, però dobbiamo ammettere che si perde parte di un rito. Detto da uno che ha sempre preferito un banco vuoto accanto.

andrea.monticone@cronacaqui.it

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