L’EPIDEMIA

E’ contagio per 57. L’untore dell’Aids rischia l’ergastolo

Valentino Talluto, sieropositivo, è finito alla sbarra con l'accusa di aver contagiato le proprie partner con rapporti sessuali non protetti

Valentino Talluto, il 32enne sieropositivo accusato di aver contagiato consapevolmente le proprie partner in rapporti sessuali non protetti

È il primo processo in Italia in cui si contesta il contagio diffuso di Hiv. Si celebra a Roma, davanti ai giudici della terza sezione penale della Corte d’assise della Capitale. E sul banco degli imputati siede Valentino Talluto, il sieropositivo accusato di epidemia dolosa e lesioni gravissime per aver contagiato le proprie partner con rapporti sessuali non protetti. Complessivamente, la procura laziale contesta a Talluto 57 casi di contagio del virus tra episodi diretti, indiretti (un bimbo e 3 partner di donne in precedenza infettate) e relativi a donne scampate alla trasmissione dell’Hiv. Per quanto riguarda il solo reato di epidemia dolosa, che il pubblico ministero Francesco Scavo ha voluto contestare a causa di un «quadro probatorio decisamente grave e inquietante», la pena massima prevista dal codice penale è quella del carcere a vita.

Stando alle ipotesi di accusa mosse dalla magistratura, a partire dal mese di aprile del 2006 (quando scoprì di essere sieropositivo) e fino al 23 novembre del 2016 (giorno precedente l’arresto) Valentino Talluto non avrebbe esitato ad avere rapporti sessuali non protetti con le proprie partner.

Tra le persone che hanno contratto la malattia c’è anche un bambino, figlio di una straniera contagiata da Talluto anni prima e nato in un rapporto successivo della donna: bimbo al quale è stato diagnosticato il virus Hiv all’età di otto mesi, insieme con una encefalopatia causalmente riconducibile allo stato di sieropositività contratto dalla madre. Un altro caso emblematico, poi, è quello di una donna che, in stato di gravidanza, ha avuto la fortuna di scampare al contagio dopo aver avuto rapporti sessuali con Talluto. Gli accertamenti compiuti dalla procura di Roma avrebbero consentito di individuare 57 episodi, ma gli inquirenti sono convinti che altre persone siamo state contagiate direttamente o indirettamente da Talluto e abbiano però preferito rimanere nell’ombra, tenendo nascosta la malattia ed evitando di sporgere denuncia su quanto accaduto. Numerose vittime erano state abbordate dal giovane romano anche tramite alcune chat presenti sul web. A tutte Valentino Talluto chiedeva rapporti non protetti, dicendo che così «era più bello». E loro si sono fidate, ignorando la realtà dei fatti.

Il processo nei confronti di Talluto è cominciato qualche giorno fa a Roma, nell’aula bunker del carcere di Rebibbia. Il presidente della Corte Evelina Canale ha deciso che sarà un processo pubblico, rigettando la richiesta delle parti civili di un dibattimento senza l’attenzione delle telecamere o dei cronisti. In un provvedimento letto in aula, il presidente ha evidenziato «l’interesse sociale del dibattimento in oggetto». Mentre il pubblico ministero Scavo ha sottolineato: «Credo sia importante che alcuni passaggi di questo processo siano ripresi dalle tv per l’importanza che avranno, come si vedrà».

Talluto, dal canto suo, si è sempre difeso sostenendo di non essere mai stato consapevole dei rischi che poteva arrecare la sua sieropositività.

Si sono costituite parte civile quasi venti donne vittime di Talluto, assistite dall’avvocato Irma Conti, e le associazioni “Differenza donna onlus” e “Bon’t worry noi possiamo” associazione onlus.

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