L’omicidio è avvenuto il 13 febbraio all’aeroporto di Kuala Lumpur

COREA DEL NORD. Ucciso il fratellastro del feroce dittatore: assassine a giudizio

Doan Thi Huong e Siti Aisyah sono accusate dall’Alta Corte della Malesia di aver assassinato Kim Jong-nam, il fratellastro del leader nordcoreano Kim Jongun

Kim Jong-Nam

Si chiamano Doan Thi Huong e Siti Aisyah, hanno 28 e 25 anni e sono di nazionalità vietnamita e indonesiana. Sono accusate dall’Alta Corte della Malesia di aver assassinato Kim Jong-nam, il fratellastro del leader nordcoreano Kim Jongun. L’omicidio è avvenuto il 13 febbraio all’aeroporto di Kuala Lumpur. Le due donne sono entrate in contatto con la vittima e hanno cosparso sul suo viso il cosiddetto “agente VX”, un’arma chimica dalle proprietà tossiche capace di uccidere in pochi istanti.

Il VX è stato classificato dalla Nazioni Unite come arma di distruzione di massa e la sua produzione è stata posta al bando con la convenzione sulle armi chimiche del 1993.
Il processo si è aperto nei giorni scorsi davanti ai giudici della più grande città della Malesia e capitale della federazione, Kuala Lumpur. La linea difensiva è parsa subito chiara: «Non colpevoli, perché pensavamo di partecipare a “Scherzi a parte”». Doan Thi Huong e Siti Aisyah ritenevano, banalmente, di dover cospargere un olio per bambini sulla faccia dell’uomo, vittima designata di una burla televisiva. Non sapevano, hanno spiegato, che quel liquido era in realtà un’arma chimica.

Eppure, quell’arma adesso spaventa il mondo. L’esame autoptico sul cadavere di Kim Jong-nam ha infatti accertato che il fratellastro del leader nordcoreano è stato stroncato da una dose della tossina VX. Il VX, spiegano gli esperti, è così potente che sono sufficienti poche gocce per uccidere non una, ma decine di persone. L’agguato portato a termine nella hall dell’aeroporto internazionale di Kuala Lumpur è stata quindi la prima prova sul campo del possesso di armi chimiche da parte di Kim Jong-un. Il programma di armamento chimico è sempre stato celato da Pyongyang. E così quel che è accaduto lo scorso 13 febbraio in Malesia rappresenta un primo e preoccupante campanello d’allarme.

Secondo l’intelligence americana, nell’arsenale chimico e batteriologico di Pyongyang sarebbero presenti tra le 2.500 e le 5.000 tonnellate di armi chimiche. Una potenza di fuoco di gran lunga superiore a quella che oggi è a disposizione della Siria. Il pericolo, pertanto, è reale. E la minaccia è seria. Decisamente seria. Ecco perché gli eserciti statunitense e sudcoreano hanno consegnato ai militari in servizio lungo il 38° Parallelo gli antidoti contro i batteri dell’antrace e il virus del vaiolo. I militari di stanza sulla “demilitarized zone” sono anche dotati di maschere antigas e tute protettive nell’eventualità che l’artiglieria nordista spari proiettili carichi di VX o Sarin. Nel processo che si è aperto nei giorni scorsi in Malesia, sul banco degli imputati ci sono sì le due donne accusate di aver ucciso Kim Jong-nam, ma anche il programma chimico portato avanti da Pyongyang. Gli esperti non hanno dubbi: il veleno utilizzato all’aeroporto internazionale di Kuala Lumpur proviene proprio dall’arsenale segreto della Corea del Nord.

Ma la domanda è anche un’altra: come è arrivato quel veleno in Malesia? Era in una valigetta diplomatica? Lo hanno portato via mare con una delle navi che spesso sono usate per le azioni clandestine? A chiarirlo sarà il processo appena cominciato.

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