Matteo Boe è di nuovo casa, a Lula, il suo paese natale. L’attesa per il suo rientro in paese, avvenuto lo scorso 26 giugno, era palpabile fin dalle prime ore della mattina

DOPO 25 ANNI Tenne prigioniero il piccolo Farouk. Il bandito è libero

L’ex bandito del Montalbo, che compirà 60 anni a novembre, si lascia per sempre alle spalle una condanna per tre sequestri di persona

Matteo Boe è di nuovo a casa, a Lula, il suo paese natale. È tornato a vivere nell’abitazione occupata per anni dall’anziana madre. Matteo è sceso dalla Ibiza blu guidata dal nipote Gian Nicola e si è limitato a rispondere «grazie» a chi gli diceva « bentornato » . L’ex bandito del Montalbo, che compirà 60 anni a novembre, si lascia per sempre alle spalle una condanna per tre sequestri di persona – quelli del piccolo Farouk Kassam, di Sara Nicoli e dell’imprenditore Giulio De Angelis – per la quale ha scontato 25 anni di carcere.

Anni durante i quali ha dovuto sopportare anche la separazione dalla compagna Laura Manfredi, che si è rifatta una vita proprio in paese, e la perdita della figlia Luisa, uccisa all’età di 14 anni nella sua casa di Lula, il 25 novembre 2003, mentre era affacciata al balcone. Gli altri due figli di Boe, Andrea e Marianna, vivono in Emilia Romagna per motivi di studio e lavoro.

L’attesa per il suo rientro a casa, avvenuto lo scorso 26 giugno, era palpabile fin dalle prime ore della mattina. Uomini e donne, giovani e anziani si erano infatti radunati nella piazza della chiesa parrocchiale Santa Maria Assunta per osservare le automobili provenienti da via Giovanni Maria Angioi, la strada che collega la periferia al centro di Lula. L’attesa è durata ore, poi alle 19.25 Matteo si è finalmente affacciato a “sa carrera”, il vicinato dove è nato e cresciuto. Era sbarcato all’aeroporto di Olbia attorno alle cinque del pomeriggio, con un’ora e mezza di anticipo rispetto alle previsioni. Poi l’arrivo nel centro abitato e il passaggio obbligato nella stazione dei carabinieri per sbrigare alcune pratiche burocratiche. Infine, il rientro a casa. Per il suo arrivo Tetta Calzedda, la sorella di latte, aveva sistemato vasi di fiori variopinti agli ingressi delle abitazioni di via Raimondo Falqui, dove c’è la palazzina beige in cui l’ex bandito ha deciso di stabilirsi dopo aver laciato il carcere.

Ma sul rientro dell’ex latitante, il paese ai piedi del MonÔ talbo adesso si divide. Nessuno ha voglia di esporsi pubblicamente, ma in forma anonima commenti, sensazioni e impressioni si sprecano. C’è chi dichiara di non aver nulla contro di lui: «Ha sbagliato, ha scontato la sua pena, ha diritto di rifarsi una vita, lasciatelo in pace». E c’è chi, invece, non gli perdona di aver contribuito a mettere in cattiva luce il paese: «Sicuramente ha scontato la sua pena e non sta a noi dire se fosse giusta o sbagliata rispetto ai reati che ha commesso. La giustizia ha fatto il suo corso. L’unica cosa che posso dire, però, è che Matteo Boe non è un eroe. Se il paese è salito alla ribalta della cronaca negativa è stato solo “grazie” a lui».

E allora come non tornare con la mente e con la memoria alla clamorosa evasione dal carcere dell’Asinara, avvenuta nel lontano 1986. E di conseguenza a tutti i reati commessi durante la latitanza, compreso il sequestro del piccolo Kassam, con lo sfregio del taglio dell’orecchio. Una escalation di imprese criminali che ha legato in modo indissolubile il nome di Boe a quello di Lula. Ma il paese adesso vuole soltanto voltare pagina. E guardare avanti senza più indirizzare lo sguardo indietro. Gli anni bui sono finiti, per fortuna.

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