A TU PER TU CON KIOL

«Da Eros a Patty Smith, sul palco coi big»

Il cantautore torinese stasera in concerto al Flowers Festival: «Non vedo l’ora»

Aspetto questo momento da una settimana e non vedo l’ora di salire sul palco». È entusiasta, energico e ricolmo di giovinezza Kiol, pseudonimo gaelico del torinese (ma residente a Londra per studio) Alessandro Bossi, al Flowers Festival di Collegno, questa sera, per aprire il concerto del cantante e musicista anglo-italiano Jack Savoretti. Classe 1997, Alessandro nasce a Torino e avvia la propria carriera cantautorale nel 2016, in seguito a un viaggio in Irlanda nello sperduto villaggio di Mallow, «dove mi sedevo con i miei amici sui campi da calcio e cantavo le mie canzoni», che, in poco tempo, lo ha condotto a condividere la scena con Natalie Imbruglia, i Placebo, Patty Smith, i Negrita ed Eros Ramazzotti e a infuocare, così, le platee di tutta Europa. Riscontrando un successo trascinante e spontaneo che, ora, sta diffondendo il suo talento anche al pubblico italiano.

Come ti sei avvicinato al mondo della musica e qual è stato il motore propulsore che ti ha spinto a comporre?
«Mi sono avvicinato alla musica all’età di 5 anni: tutto è iniziato con una folgorazione per la batteria di un amico, da lui ricevuta in dono. Di qui, ho iniziato a suonare i successi dei Green Day e dei Blink-182, fino alla creazione di piccoli gruppi locali e alla scoperta del grunge, che, per primo, ha spostato la mia attenzione anche sulla voce e le chitarre. Nel frattempo, ho iniziato a comporre canzoni per i progetti che seguivo e, dopo lo scioglimento di questi ultimi e una bocciatura, mi sono recato in Irlanda, dove, con la mia chitarra e qualche brano, ho cominciato a esibirmi per gli amici del villaggio di Mallow. Gli stessi che, in quella occasione, mi hanno soprannominato “Ceol”, ossia “musica”, in gaelico – tramutatosi in “Kiol”, per la pronuncia -, e mi hanno convinto a proseguire tale strada».

Com’è nata la collaborazione con artisti del calibro di Patty Smith, Placebo, Natalie Imbruglia ed Eros Ramazzotti? Che cosa hai provato sul palco e come ha reagito il pubblico?
«Le collaborazioni sono nate l’una dietro l’altra. Per parlare dell’ultima, con Eros Ramazzotti, devo ammettere che un po’ d’ansia era presente, ma tutte le esperienze effettuate in precedenza mi hanno preparato in maniera graduale e mi hanno concesso di vivere il palco serenamente e di gestire con calma la situazione. Il pubblico, invece, ha sempre reagito con calore, anche nei casi in cui il suo numero era “immenso”, rivelandosi onesto e attento».

Vi sono aneddoti, a questo proposito?
«Sì: proprio i Negrita sono stati la band che più mi ha ispirato, perché ho visto una passione e una verità che, nonostante il tempo, sono rimaste immutate. Il consiglio che mi hanno rivolto è stato, infatti, quello di leggere tanto e parlare della mia generazione, di “urlare ai miei coetanei”. E non lo dimenticherò mai».

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