Il mercato dei disperati

Le stragi di braccianti hanno fatto emergere nella maniera più sconvolgente la realtà del caporalato nelle campagne, una forma di schiavitù che troppo spesso si cerca di ignorare. Una realtà che è antica, peraltro. Un tempo al mercato delle braccia, all’alba a Porta Palazzo, arrivavano i caporali a scegliere i muratori da portare nei cantieri, magari pescando tra le fila degli immigrati dal meridione, tra i disperati.

Oggi il problema del caporalato emerge soprattutto in agricoltura, in particolare al sud. Ma anche qui al nord vigono forme di sfruttamento, di autentico racket che cercano manodopera tra stranieri e migranti. Non siamo ai livelli di Rosarno, viene spesso ribadito, ma le situazioni su cui vigilare ci sono. E non ci si faccia ingannare dalla mancanza, in taluni casi, di metodi estorsivi o violenti: la legge stabilisce che è caporalato qualunque forma illecita di sfruttamento. Che deve essere considerata cosa diversa dall’impiego di lavoratori in nero. Non serve intervenire su una legge che, a suo tempo, ha già inasprito una norma esistente. Serve chiedersi al limite se sia stata efficace o meno e domandarsi perché. Le normative antimafia esistono e queste andrebbero applicate, laddove necessario. Perché la realtà alla fine è una sola: dietro lo sfruttamento dei braccianti nei campi ci sono le mafie, quelle nostrane e quelle d’importazione ed è quelle che occorre colpire, quel business che prospera mandando la gente a morire per due euro l’ora. Per farci pagare di meno i pomodori, senza che ce ne accorgiamo.

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