Il reclutatore di lupi solitari

Un terrorista islamico finisce in manette all’alba, in quel di Lanzo Torinese che per noi ragazzi degli anni Cinquanta era un bel luogo di villeggiatura dove si fa una toma famosa in mezzo mondo. Un’anima nera, questo Elmahdi Halili che agli agenti della Digos che lo hanno portato in questura con il mefisto sul volto ha gridato: «Tiranni vado in carcere in nome di Allah».

Insomma un irriducibile nato in Italia, con un diploma da perito elettrotecnico in tasca, una famiglia normale e integrata, che già ai tempi della scuola ha cominciato a interessarsi alla jihad per poi diventarne un profeta a caccia di proseliti tra Porta Palazzo e le moschee.

Capita così che Torino scopra ancora una volta di non essere immune a questo veleno. E che il rischio di radicalizzazioni violente esista eccome anche sotto la Mole, se è vero, come dice il questore Messina, che questo giovanotto di 23 anni studiava come allestire un camion bomba e si informava sulle armi, soprattutto quelle da taglio. Conforta che lo abbiano preso “in fase di studio” senza doverlo rincorrere dopo qualche tragico attentato.

E bisogna ammettere che non ha sbagliato il magistrato che nel 2015, dopo il primo arresto, lo ha praticamente mandato libero, trasformandolo in una cimice umana capace di trasmettere – senza saperlo – informazioni di importanza vitale. Con lui si spezza una cellula che ha ramificazioni in tutta Italia, che ha già i suoi martiri caduti in Siria e che forse conta anche su collegamenti all’estero, in Inghilterra soprattutto.

Elmahdi Halili era un cacciatore di lupi solitari, insomma un reclutatore, come Anis Amri, lo stragista di Berlino passato sotto le telecamere di quella Porta Nuova dove mercoledì è scattato un blitz della polizia. Un caso? Nella storia del terrorismo, quello di casa nostra e purtroppo quello jihadista, di casuale c’è ben poco.

fossati@cronacaqui.it

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