Il tour osmoscopico

Torino (foto: depositphotos).

Negli anni ’60 e ’70 ospitavo spesso dei fratelli in goliardia che a loro volta mi avevano (o mi avrebbero poi) ospitato a casa loro, in tutta Italia. Sistemazioni spartane, ma cuore e allegria a camionate. Quando mi chiedevano di accompagnarli a vedere Torino, non potendo mostrar loro tutto quello che offre la città al visitatore non frettoloso, avevo inventato un giro di poche ore, che per incuriosirli chiamavo “tour osmoscopico”. Significa “da godere con l’olfatto e la vista”.

Per la vista c’era la capatina sulla Mole a vedere la città dall’alto, e un giro in auto (allora non c’erano aree pedonali e Ztl) ad ammirare da fuori i principali gioielli del centro: Palazzo Carignano, Palazzo Reale, le Torri Palatine, Piazza San Carlo e Castello. In mezz’ora si finiva l’occhio. Poi entrava in gioco il naso, per il “tour delle tre botteghe”. Si partiva dalla cartoleria di Via Po 18 di Tòta Germana: un miracolo di sopravvivenza ottocentesca col pavimento in legno, gli oggetti di una volta e quel profumo dolciastro di quaderni neri, inchiostro e non so cosa, da cartoleria antica.

Lì regalavo all’ospite una penna col pennino. “Per scrivermi”, dicevo. La tappa successiva era in piazzetta della Consolata. Prima nell’antica erboristeria di Rosa Serafino, che per poche lire ti faceva il sacchettino d’erbe profumate da taschino. Poi al Bicerin, non ancora famoso e affollato come oggi. Sapevo tutto, sul bicerin, e lo spiegavo all’amico mentre lo sorbiva, immerso in quel profumo di cioccolato e caffé. E bon. Si poteva tornare a casa. La sera, in piòla, sarebbero entrati in gioco il palato për mangé e bèive, e le orecchie për canté. Mancava il tatto, ma da giovani si sa bene come usarlo…

collino@cronacaqui.it

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