Per la procura di Roma è stato impossibile risalire alla verità

ILARIA ALPI. Uccisi in Somalia. Nessun colpevole: chiusa l’inchiesta

A 23 anni da quel duplice omicidio resta ancora il mistero sul movente

Nessun colpevole, nessun responsabile. Niente killer e movente. A 23 anni dagli omicidi dell’inviata del Tg3 Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin, la procura di Roma torna a chiedere l’archiviazione del procedimento per l’impossibilità di risalire alla verità. La magistratura capitolina alza bandiera bianca. Una resa inevitabile, considerati il lasso di tempo trascorso e le complicazioni legate all’esecuzione di accertamenti in un Paese dove sono assenti punti di riferimento istituzionali. Allo stesso tempo, per la procura romana non vi sarebbero tracce e prove di presunti depistaggi messi in atto nel corso di questa inchiesta infinita.

A chiedere che venga scritta definitivamente la parola fine sui tragici avvenimenti che si erano verificati a Mogadiscio il 20 marzo 1994, è stato il pubblico ministero Elisabetta Ceniccola con la fondamentale approvazione concessa dal procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone. Il pm Ceniccola aveva assunto la titolarità del fascicolo dopo che il gip Emanuele Cersosimo, nel dicembre 2007, aveva respinto una prima richiesta di archiviazione sul duplice omicidio e disposto invece ulteriori accertamenti.

Nella nuova richiesta di archiviazione, depositata nei giorni scorsi dalla procura della Capitale e composta da circa 80 pagine, sono adesso indicate le risposte ai quesiti posti all’epoca dal gip Cersosimo. Ed è spiegato, nelle carte del pm, per quale motivo non è possibile risalire agli assassini dei due italiani. Tra l’altro, nella richiesta di archiviazione è citata anche la sentenza con cui la Corte di Appello di Perugia, il 19 ottobre scorso a conclusione del processo di revisione, ha assolto l’unico condannato, il somalo Hashi Omar Hassan, con particolare riferimento all’assenza di qualsiasi indicazione su movente e killer. La parte di inchiesta dedicata ai possibili depistaggi aveva preso le mosse proprio dalle motivazioni della sentenza di Perugia, nella parte in cui si parlava delle presunte anoÔ malie legate alla gestione di un testimone, rivelatosi falso, Ahmed Ali Rage, detto Gelle, anch’egli somalo.

Fu proprio quest ’ ultimo a chiamare in causa Hassan una volta arrivato a Roma: poi, alla fine del 1997, sparì dalla circolazione salvo essere rintracciato in Inghilterra da “Chi l’ha visto”. All’inviata del programma di Federica Sciarelli, Gelle ammise di aver dichiarato il falso, ossia che non si trovava sul luogo del duplice omicidio e di aver accusato Hassan in quanto «gli italiani avevano fretta di chiudere il caso». In cambio della sua testimonianza, precisò il somalo, ottenne la promessa che avrebbe lasciato il Paese africano, dove la situazione sociale era tesissima. Dagli accertamenti, che hanno comportato l’audizione di tutti coloro che gestirono quello che, successivamente, si sarebbe rivelato un falso testimone, non sarebbero tuttavia emersi elementi tali da configurare un depistaggio.

Sconcerto per le conclusioni del pm è stato espresso dall’avvocato Domenico D’Amati, legale della famiglia Alpi, che ora dovrà decidere se proporre opposizione. Delusione è stata espressa anche da Fnsi e Usigrai: «Riteniamo che la ricerca della verità debba proseguire e che non possono essere consentite omissioni e reticenze».

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