La fabbrica e la politica

Di tutte le cifre impietose, quella che spaventa maggiormente è in realtà una percentuale: quella che ci dice che, dopo il lockdown, praticamente sei operai su dieci non sono tornati al lavoro. Ma sbaglieremmo tutti se pensassimo a questo come al conto salato presentato dal contagio sociale e dalla pandemia: proprio come la temperatura alta è uno dei sintomi rivelatori del Covid, così possiamo dire che il settore metalmeccanico, manifatturiero della nostra regione aveva già ben più che qualche linea di febbre. È stato come dare una spallata a un muro già pericolante. E la caduta, viene da pensare, non è ancora finita. Sintomi antichi, dunque. E inseriti in un quadro clinico in cui gioca un ruolo determinante la politica. C’è un libro, “Chi ha fermato Torino”, in cui il professor Giuseppe Berta (autore assieme ad Arnaldo Bagnasco e Angelo Pichierri) evidenzia che il declino industriale, produttivo di Torino si è accompagnato all’us ci ta del lavoro, delle questioni della fabbrica dall’agenda politica. Non siamo più ai tempi in cui la Fiom affitta un cinema per spiegare alla popolazione le ragioni della mancata firma sul contratto, spiega Berta. E l’aspirazione a vivere di terziario e di innovazione non è stata accompagnata dal successo, forse per la mancanza di una vera progettualità, o per la mortificazione della carica innovativa che pure esiste. C’è la sensazione amara che Torino (e il Piemonte) per tempo abbia penzolato dalle labbra di qualcuno che poteva essere più influencer che industriale e adesso riduca la parola “lavoro” semplicemente ad appunto per tavoli di crisi, tanto facili da apparecchiare, tanto difficili da rassettare.

andrea.monticone@cronacaqui.it

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