IL RITORNO

La morte è ancora il mestiere di McEvoy tra un serial killer e il business del Dna

Uno dei personaggi più iconici e amati di Michael Connelly

«La morte è il mio mestiere, mi ci guadagno da vivere, ci costruisco la mia reputazione professionale» diceva, in un folgorante incipit, tanti anni fa il reporter Jack McEvoy ne “Il Poeta”. Adesso che il tempo è passato, che Jack ha attraversato la crisi dei giornali, la disoccupazione, il calo di vendite dei suoi best seller (ossia proprio “Il Poeta” e “L’uomo di paglia” di cui è protagonista), il suo mestiere non è più la morte: lavora per un sito di informazione che realizza inchieste a difesa dei consumatori. Un sito, tra l’altro, che esiste realmente e il cui direttore e fondatore è proprio quel Myron che agisce nel libro. «Per molto tempo, in passato, avevo detto che la morte era il mio mestiere. Adesso sapevo che lo era ancora» riesce però ancora a dirci Jack, perché forse è la morte che non ha ancora finito con lui.

In “La morte è il mio mestiere” (Piemme, 19,90 euro) Michael Connelly va ad affrontare un tema scottante: il commercio di Dna e il business che c’è dietro la ricerca.

Tutto per Jack, impegnato in un articolo su un truffatore, inizia quando due detective gli piombano in casa e gli comunicano che Tina, una donna con cui era stato a letto dopo averla incontrata in un bar, è stata uccisa. Uccisa da un uomo che sembrava sapere molte cose di lei, forse uno stalker digitale. E Jack è sospettato.

Ovviamente le cose saranno molto più complicate di così: Jack si mette a indagare e scopre che altre donne sono morte, forse assassinate, nello stesso modo di Tina, ossia con quella che viene chiamata «decapitazione interna» (in pratica alla vittima viene torto il collo finché non si spezza). E tutte avevano compiuto una ricerca genetica sulle proprie origini inviando il proprio Dna a un’azienda chiamata GT23, nel senso che per ventitré dollari ti fa la tracciatura del Dna, incrociando i dati con quelli di altri in proprio possesso, o all’interno di data base, fino a rintracciare corrispondenze, parentele. Eccolo il business del Dna: queste società come possono permettersi questi servizi? Cedendo il Dna a laboratori di ricerca, il cui scopo non è solo di indagare su malattie o deformazioni, ma anche su caratteri particolari, come quelli di un gene, il “DirtyFour”, che spingerebbe le persone a comportamenti ad alto rischio, come la ricerca del sesso, l’abuso di alcol, il rimorchiare persone nei bar. E se l’assassino, il misterioso Averla, avesse trovato il modo di identificare le vittime partendo dal Dna acquistato tramite questi laboratori?

Jack si getta a capofitto nell’indagine, e non solo per scrivere un articolo di successo. Chiede aiuto a un’altra nostra conoscenza, quella Rachel Walling buttata fuori dall’Fbi a causa sua e con cui ha avuto una relazione andata a rotoli. La fiamma tornerà fra i due? L’ossessione per la verità, o per la morte come mestiere, salverà Jack McEvoy? Un thriller folgorante, Connelly al suo meglio.

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