IL CASO. I nostri quattro impianti dismessi trasformati in depositi

Siamo la pattumiera delle scorie nucleari. Il 76% è in Piemonte

I rischi maggiori arrivano dalla centrale di Saluggia. Le barre di combustibile a pochi metri dalla Dora

Il Piemonte è la pattumiera atomica d’Italia. La nostra regione, come rilevato dalla recente mappatura realizzata dall’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin), detiene infatti la maggiore quantità a livello nazionale (il 76% del totale) di rifiuti radioattivi in termini di attività, vale a dire quelli più pericolosi. Non solo. Il nostro territorio ospita anche il volume più alto di combustibile nucleare irraggiato (l’84,5%), tutto conservato presso l’impianto Eurex di Saluggia in provincia di Vercelli. In tutto il Piemonte, il materiale nucleare stoccato è pari a oltre 5mila metri cubi. E anche se dopo il referendum del 1987 i quattro impianti nucleari piemontesi – l’ex Fabbricazioni Nucleari a Bosco Marengo, l’impianto Eurex e il deposito Avogadro a Saluggia e la centrale “Enrico Fermi” di Trino Vercellese – hanno cessato le loro attività produttive, il nostro territorio non è ancora riuscito a liberarsi dell’eredità atomica.
Gli ex impianti, infatti, sono stati trasformati in “discariche” di scorie. Il problema sta proprio qui: in Italia, anche se previsto dalla legge, non è ancora stato costruito il deposito nazionale. Si tratta di un’infrastruttura di superficie dove collocare, in maniera definitiva, i rifiuti radioattivi di ogni tipo: sia quelli derivanti dalla produzione di energia (ovvero i resti dei tempi in cui le centrali erano attive) sia quelli che ancora vengono generati dalle attività in campo medico. La realizzazione del deposito consentirebbe inoltre di completare il “decommissioning” dei vecchi impianti, del tutto inadatti a ospitare questo tipo di scorie per lunghi periodi. Il compito di progettare, localizzare, realizzare e gestire il deposito nazionale è stato affidato a Sogin, società interamente partecipata dal ministero dell’Economia che opera in base agli indirizzi del governo. Ma per proseguire nell’iter per la realizzazione del deposito serve proprio l’ok del governo alla pubblicazione della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) da parte di Sogin. Un nulla osta che non è mai arrivato. Proprio per questo, dal 2016, l’Italia è stata messa in procedura di infrazione della Ue con la colpa di non aver trasmesso, cosa che doveva fare nel 2015, il programma nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi. Così gli scarti nucleari piemontesi continuano a essere conservati nelle ex centrali e negli impianti ormai dismessi. Basti pensare che nel sito di Trino sono presenti dei fusti contenenti materiali prodotti nel 1962. E i rischi sono tutt’altro che secondari.
In cima alla classifica dei siti più pericolosi c’è l’impianto Eurex e la “piscina” Avogadro di Saluggia. Qui, a poche centinaia di metri dalla Dora, stanno a mollo le barre di combustibile irraggiato (ancora molto radioattivo) estratte dai vecchi reattori. Una vera bomba ecologica pronta a esplodere nel caso, per esempio, si verificasse un’alluvione simile a quella del 2000. Soprattutto se si considera che «l’acqua è l’elemento che maggiormente è in grado di veicolare i materiali radioattivi» ha spiegato Fabio Chiaravalli, direttore del deposito nazionale e parco tecnologico di Sogin, che intervenendo ieri in una commissione in Comune ha rimarcato l’importanza di costruire al più presto l’infrastruttura: «Anche perché, se non si realizza, fra dieci anni non sapremo più dove mettere questi rifiuti».

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