Dopo la pandemia così il mondo ha cambiato modo di vivere

La prima paura mondiale e il virus che rende folli di Bernard-Henry Lévy

Nel suo libro, il filosofo e giornalista francese individua, in cinque punti, i rischi maggiori sul piano sociale e morale del Covid-19

La prima paura mondiale. Così Bernard-Henri Lévy definisce la pandemia e le sue conseguenze, tutto ciò che ha stravolto le nostre esistenze negli ultimi mesi. Un paragone non solo linguistico con la prima guerra mondiale che davvero coglie nel segno.

Lungi dall’essere un negazionista, il filosofo e giornalista francese non si sottrae alla necessità di un libero pensiero, di uno sguardo che valica le normative, le mascherine, il distanziamento sociale, persino il disastro economico cui andremo incontro, per analizzare cosa è davvero capitato nelle nostre menti, se questo virus è davvero “Il virus che rende folli” (La nave di Teseo, 10 euro).

Il virus «ha travolto anche la nostra testa, portandoci a una specie di follia collettiva in cui si sono perse priorità, chiarezza di sguardo, obiettivi e capacità di giudizio». Bernard-Henri Lévy individua in cinque punti i rischi maggiori sul piano sociale e morale del Covid-19: la sanitarizzazione della società, innanzitutto. «Mai mi sarei aspettato di vedere il potere circondarsi di medici e comitati scientifici» dice, ma soprattutto ci fa notare come scienziati e virologi sono assurti al rango di oracoli, mentre quotidianamente nelle nostre case entrava una sorta di “bollettino della morte”, atteso con quel mix di preoccupazione e di voyeurismo che tutti noi abbiamo incontrato. Gli scienziati, per il filosofo, sono quelli che per natura non possono avere una risposta certa sull’epidemia, essendo il loro lavoro quello di studiare, analizzare, fare ipotesi, ricercare cure: eppure, la società, in questo con la spinta determinante di un potere politico per niente saldo, li ha messi sugli scudi, ne ha accettato le indicazioni.

Il secondo punto del libro è quello dell’idea di una “lezione del virus”, una sorta di lettura provvidenziale e punitiva della pandemia; l’apprezzamento del ritiro nelle proprie case, un confinamento prima noioso, poi sempre più dorato, protettivo, con paragoni spesso azzardati e improponibili, come se fosse possibile mettere sulla stessa bilancio l’isolamento causato da malattia o esilio di alcuni grandi scrittori del passato e «il fare il pane» nel comodo della propria casa; Lévy spiega di trovare intollerabili quelle affermazioni sui caprioli che passeggiano per le città, le acque di Venezia mai così pulite e via dicendo, quanto alla questione non solo linguistica del «cosa ci ha insegnato il virus», lo scrittore risponde che è un virus non è neppure una forma di vita, «non è vivo e non è morto», non pone domande, non dà lezioni, non chiede risposte.

Nella pandemia abbiamo assistito al riposizionamento dei valori della vita (per cui portare a spasso i cani è diventato essenziale, uscire a prendere un libro no). E poi, infine , c’è stata la messa in secondo piano, anzi la neutralizzazione, di tutti gli altri problemi del mondo, come se non esistesse altro che la pandemia. Le contestazioni di Hong Kong, il terrorismo internazionale, le guerre nel globo: tutto è stato sospeso, messo da parte, dimenticato, con le cronache riempite esclusivamente del virus.

Lévy, che come abbiamo detto non parte da un punto di vista negazionista, spiega di aver ottemperato al lockdown, per rispetto dei medici e di coloro che hanno perso la vita o l’hanno messa a repentaglio. Ma adesso, dice, è ora di recuperare, dopo questa esperienza disastrosa, un’idea di mondo e di vita più complessa. È ora di tornare a vivere. Con un carico di domande cui è difficile dare risposte. Come reduci.

 

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