La politica dell’elemosina

(foto ANTONINO DI MARCO)

Se facciamo conto sulle attività delle nostre istituzioni locali, finisce che, rispetto al passato, ci manca un bel 33 per cento. Almeno per quanto riguarda la provincia di Torino, intesa come l’insieme dei 312 comuni che la compongono. A dirla in breve, quella Città Metropolitana nata dalle ceneri della Provincia, e rimasta lì, con una sede storica, Palazzo Cisterna, gli uffici direzionali di fronte a Porta Susa, ma poco altro.

Compresi impiegati e dirigenti che – stando a quanto si apprende – sono quasi tutti a casa, in smart working, fino a Capodanno. Conseguenza di un cataclisma economico? Macché, a bilancio fatto, in cassa ci sono 75 milioni di euro. Mica bruscolini, direte voi. Eppure questo ente a cui hanno rivoltato politicamente il cappotto non investe, se non poche briciole, neppure ora che il Covid avrebbe dovuto risvegliare la fantasia, oltre che le coscienze.

In particolare verso i due settori in cui per decenni la vecchia Provincia ha tutelato la sicurezza. Parlo delle scuole che sono a pezzi e delle strade provinciali ormai praticamente abbandonate. Eppure basterebbe destinare i fondi, accogliere non dico tutti, ma almeno qualcuno dei progetti esecutivi presentati dai Comuni, con quella logica della scelta che è propria della politica.

E invece nulla, o pochino. Come i lavori su un ponte e quei 140mila euro destinati alle aule nella quali a settembre dovrebbero tornare i nostri ragazzi. Briciole. Ebbene, ci saremmo riempiti di orgoglio di fronte ad una scelta coraggiosa, magari investendo i fondi su un unico grande progetto, quello verso le nuove generazioni. L’elemosina, più che l’immobilismo, francamente ci offende.

fossati@cronacaqui.it

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