La politica e il calcio

Il momento in cui si insedia un nuovo commissario tecnico di calcio è più o meno come quello in cui arriva un nuovo presidente del Consiglio. L’attenzione mediatica è la stessa e il discorso programmatico è addirittura più importante. Perché magari un premier si può contestare e cacciare, ma quasi certamente lo si va a rivotare nonostante lo sfacelo degli anni precedenti.

Il Ct no. Per lui non c’è perdono, non c’è esame di riparazione, né listone bloccato, paracadute del seggio in Senato, e via discorrendo. Immaginate quindi la pressione di Roberto Mancini, visto che lui è in carica e il presidente del Consiglio no. Le aspettative sono le medesime: riportare in alto l’Italia.

Nel caso di Mancio, l’ambizione è ancora maggiore: arrivare in alto facendo divertire il pubblico (che non significa far ridere i polli, sia chiaro, come è accaduto in tempi recenti). Scoccherà la scintilla tra l’ex fantasista e l’azzurro che, da giocatore, non gli ha mai portato fortuna?

C’è la necessità di rifondare, congedando i senatori e convincendo i giovani che non potranno esserlo per sempre. Dobbiamo convincere in Europa e riaffermare un certo ranking che viene dalla tradizione. Serve rigore (possibilmente a favore), abbiamo bisogno di credibilità. Scusate, mi sono perso: stavo parlando della nazionale di calcio o della nazione?

 

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