I DATI. Sono otto milioni gli italiani che lavorano da casa

Lavoro da casa. Pacchia o incubo?

Sei su 10 dicono: «Non torniamo indietro». Per i sindacati c’è il rischio sfruttamento

l dipendente pubblico che va in mutande alla bollatrice non farà più scandalo, forse perché non ci sarà neppure la bollatrice e lavorare in tuta o in pigiama sarà la nuova normalità. Anche se bisogna fare attenzione alle videoriunioni: è già successo con gli ospiti di trasmissioni televisive, in camicia e cravatta davanti alla webcam, in calzoncini e infradito sotto la scrivania. E gli assenteisti, o “furbetti” che si fanno timbrare il cartellino dal collega, chi saranno? Forse quelli che si collegano alla piattaforma lavorativa e poi vanno a fare la spesa lasciando il computer connesso? Purché si ricordino della modalità “sospensione”, che rischia di smascherarli. Finiranno le battute sui dipendenti pubblici visti, anche al cinema, sempre come quelli pagati per fare poco? Ci si dovrà inventare nuove categorie?

LA SCELTA OBBLIGATA

Privilegio o dannazione? Quando ancora si chiamava solo telelavoro la sensazione era che dominasse il primo: lavorare da casa, senza orari, senza controlli, era questo che si invidiava magari ai professionisti abituati ad avere uno studio in casa. Adesso che si chiama “smart working”, o “lavoro agile”, però la situazione cambia sotto tutti i i punti di vista, occupazione e sociale in primis. Anche perché per molti non è stata una scelta, ma un obbligo a causa del lockdown imposto dalla pandemia.

In Italia erano 500mila i lavoratori “in remoto”, mentre oggi, secondo lo studio della Fondazione Di Vittorio per la Cgil ammontano a 8 milioni, l’82% dei quali proprio per via dell’emergenza coronavirus.

6 su 10: «Continuiamo»

Di tutti questi lavoratori, soltanto un terzo all’incirca aveva in mente di scegliere, dove possibile, lo smart working, con una lieve predominanza (il 4%) di uomini rispetto alle donne. Adesso però, dopo questi mesi di sperimentazione, sei lavoratori su dieci dicono «restiamo così», apprezzando a quanto pare il nuovo stile di vita. Questo emerge da un questionario compilato dalla Cgil, ma questo panorama non è privo di insidie, nonostante il governo, come ribadito nell’ultimo decreto, continui a incentivare la forma di lavoro agile ovunque sia possibile, in particolare nei settori della pubblica amministrazione. Una operazione che per le finanze statali viene salutata come a costo zero, ma che nella realtà è ben diversa: a molti lavoratori bisognerà fornire attrezzature, dai computer alle piattaforme di connessione, i software adeguati. E sul tavolo ci sono anche questioni non meno delicate, come i controlli necessari sul rispetto degli orari (pur con la facoltà di diluirli), sulla produttività e via dicendo.

«Fordismo tra quattro mura»

Al momento risulta che solo in un caso su tre il lavoro agile è stato regolato da un accordo contrattuale, perché i decreti dell’emergenza hanno eliminato questo vincolo proprio per favorire il passaggio allo smart working. «Così più che altro è fordismo tra le mura domestiche» dice Susanna Camusso della Cgil. «Nei nuovi contratti – le fa eco il segretario Maurizio Landini – vanno affrontate tutte le questioni e i problemi che sono emersi sull’applicazione dello smart working, dalla formazione al diritto di disconnessione. Prevedere pause, fare distinzioni tra lavorare il giorno e la notte, di sabato e festivi».

Nuova frontiera

«Il paradosso è che persino le trattative sindacali sono in conference call, quindi in assenza viene meno anche il linguaggio corporeo, una certa maniera di trattare» spiega Ernestina Bellotti della UilCa di Torino, che spiega la trasformazione del modo di lavorare soprattutto nel settore impiegatizio: «Tra bancari e assicurativi siamo all’80-90% dei lavoratori in questa modalità. E la trasformazione è stata veloce. Diciamo che non si poteva fare diversamente».

Ora invece bisogna analizzare le esigenze dei lavoratori e delle aziende: sempre secondo il sondaggio Cgil, solo un lavoratore su tre ha a disposizione uno spazio privato in casa da dedicare al lavoro «e poi bisogna tenere conto di sicurezza, tempistica, postazioni lavorative. Ci possono di certo positività e negatività» aggiunge Ernestina Bellotti. Tra le comodità, di certo c’è quella di non doversi spostare per lavoro (fondamentale durante il lockdown), tra le criticità la difficoltà di coniugare lavoro e famiglia, finendo per lavorare in orari differenti, persino a tarda ora. «E’ una situazione – spiega ancora Bellotti – che non può rimanere costante nel tempo. E poi ci sono dei costi: la connessione Internet, l’energia elettrica, per esempio. Questi adesso sono carico del lavoratore». E poi ci sono le decurtazioni sulla paga, venendo meno indennità o rimborsi spese.

Il pubblico

C’è poi tutta la sfera dei rapporti sociali, non solo delle abitudini, che cambia: «per molti, soprattutto i cittadini più anziani, è inconcepibile andare in banca e non trovare un impiegato, magari il funzionario di fiducia, dietro al bancone».

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