Di lei si ricorda il selfie con la paziente deceduta

L’INFERMIERA Decessi in corsia. Prima l’ergastolo poi l’assoluzione

A scagionarla è stata la perizia della Corte. Le sue parole: "Mi hanno dipinta per quella che non sono"

Dall’ergastolo all’assoluzione nel giro di pochi mesi. Un clamoroso ribaltamento processuale che ha scosso la giustizia italiana. Sul banco degli imputati sedeva Daniela Poggiali, l’ex infermiera di Lugo accusata dell’omicidio della paziente 78enne Rosa Calderoni. La Corte di Assise di Appello di Bologna l’ha assolta con formula piena dopo una perizia a lei favorevole. «Perché il fatto non sussiste», sono state le parole pronunciate in aula dai giudici del secondo grado durante la lettura del dispositivo.

In primo grado la Poggiali era stata condannata all’ergastolo dalla Corte di Assise di Ravenna, perché riconosciuta colpevole di avere iniettato una dose letale di potassio all’anziana.

«Sì, sì», ha detto la donna con evidente euforia mentre il presidente della Corte, Alberto Pederiali, pronunciava nell’aula di Palazzo Baciocchi la sentenza che la proclamava innocente e le spalancava le porte del carcere, restituendole la libertà che mancava dall’ottobre del 2014. « Mi hanno dipinto per quello che non sono, e adesso mi riprendo in mano la mia vita», ha commentato.

Sull’ex infermiera c’è in realtà anche il sospetto di un secondo omicidio, quello di Massimo Montanari, 95 anni, deceduto il 12 marzo 2014 nello stesso reparto dove la donna lavorava. Reparto in cui una decina di morti almeno furono ritenute sospette dagli inquirenti. Ex datore di lavoro d el l ’allora fidanzato della Poggiali, Montanari stava per essere dimesso e l’ipotesi, anche in questo caso, fu che a stroncarlo fosse stata un’iniezione di cloruro di potassio.

L’ex infermiera era stata pure condannata per due furti in reparto: aveva rubato soldi e farmaci. Ma soprattutto è inseguita da anni da quelle terribili immagini da lei stessa prodotte, quei macabri scatti col ghigno beffardo al fianco di una donna appena morta nel suo letto d’ospedale. Un’immagine che, al netto delle sue spiegazioni, pesò sull’immaginario collettivo come indizio pesante di comportamenti indecenti per un camice bianco.

Eppure il verdetto che clamorosamente l’ha proclamata innocente, cancellando il carcere a vita stabilito al termine del processo di primo grado, non era del tutto imprevisto negli ambienti giudiziari. Al sostituto procuratore generale Luciana Cicerchia, che nella requisitoria aveva chiesto la conferma dell’ergastolo argomentando che «da qualsiasi parte si esamini la vicenda, non vi sono spazi per soluzioni diverse da una conferma del giudizio di responsabilità o alternative a sanzioni che lo Stato deve dare di fronte a condotte di questa gravità», ribatteva la difesa, rappresentata da Stefano Dalla Valle e Lorenzo Valgimigli. « Nella sentenza ci sono forti criticità che lasciano spazio a una flebile speranza: quella che la Corte d’Assise d’Appello sia meno suggestionata » . Una nuova perizia ha quindi stabilito che il quadro clinico della paziente era « solo in parte compatibile» con una somministrazione di potassio «a liÔ velli letali».

E che l’applicazione dell’innovativo metodo per il calcolo del potassio atteso al momento della morte della 78enne «non trova analoghe applicazioni in letteratura ». Il fatto non sussiste, insomma. Daniela Poggiali è innocente. Innocente e di nuovo libera.

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