Lockdown in maschera

(foto: Depositphotos).

Quella che ci circonda è una normalità solo apparente: non si può neppure definire «nuova», perché di non normale c’è ancora troppo. Come il poter incontrare i propri cari solo dietro la protezione di un vetro. O peggio parlargli attraverso lo schermo di uno smartphone. Un privilegio, però, rispetto al lockdown che ancora dura per migliaia e migliaia di altri anziani ospiti di quelle Rsa che non hanno ancora riaperto alle visite dei parenti. Migliaia di famiglie sono così ancora separate, migliaia di persone sono obbligate a una solitudine che è peggiore della malattia, perché la sua essenza è la paura. Ma soprattutto questa situazione appare come un paradosso, quello di una blindatura (nel momento in cui il resto del Paese vuole tornare a vivere, a muoversi) proprio di quei luoghi che a inizio epidemia sono stati lasciati più indifesi, più esposti, con le conseguenze che ben conosciamo. Ma il lockdown continua non solo per loro: continua in ogni abitudine stravolta delle nostre esistenze, prosegue nelle intenzioni del governo che vuole prolungare lo stato di emergenza, tiene banco nelle discussioni di quelli che adesso vengono chiamati «negazionisti», nel silenzio assordante dei professori dell’altro ieri, che forse non hanno cambiato altare, per dirla con De Gregori, ma di certo sono spariti dal dibattito quotidiano, dai telegiornali. Forse davvero «hanno indossato le nuove maschere e ricominciano a respirare». Almeno loro, perché in tanti invece continuano a trattenere il fiato, nel timore che l’incubo ritorni, che si sprofondi nuovamente nella chiusura dell’intero Paese.

andrea.monticone@cronacaqui.it

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