15 ANNI FA

L’omicidio di Cogne. «Mio figlio sta male. Ora vomita sangue»

Quello che a prima vista poteva apparire un tragico incidente domestico, è diventato invece uno dei più eclatanti fatti di cronaca nera del nostro Paese. Un caso che ancora oggi solleva più di un interrogativo su quanto realmente accadde, la mattina del 30 gennaio 2002, in quella villetta ai piedi delle Alpi

Annamaria Franzoni

L’omicidio di Cogne. «Vi prego, aiutatemi. Mio figlio vomita sangue e non respira. Fate in fretta». Alle 8.28 e 17 secondi del 30 gennaio 2002, la centralinista del 118 Nives Calipari riceve la disperata richiesta di aiuto di una donna. La chiamata parte da una graziosa villetta in frazione Montroz, a Cogne, nel cuore del parco nazionale del Gran Paradiso. La donna che al telefono chiede aiuto si chiama Annamaria Franzoni e ha 31 anni. Il bambino che vomita sangue e non respira è suo figlio Samuele, che di anni ne ha soltanto 3. Il piccolo, trasportato in elicottero ad Aosta, muore qualche minuto dopo l’arrivo in ospedale. Sono le 9.55. Negli stessi istanti, a Cogne, i carabinieri entrano nella villetta della Franzoni per effettuare un primo sopralluogo nella camera da letto in cui si trovava il piccolo all’arrivo dei soccorsi. La donna, abbracciata al marito Stefano Lorenzi rientrato nel frattempo a casa dal lavoro, sussurra alcune parole che vengono catturate da un appuntato dell’Arma: «Facciamo un altro figlio? Mi aiuti a farne un altro? Vero che mi aiuti?». Quello che a prima vista poteva apparire un tragico incidente domestico, sta per trasformarsi invece in uno dei più eclatanti fatti di cronaca nera del nostro Paese. Un caso che ancora oggi, a 15 anni esatti di distanza dalla morte del piccolo Samuele Lorenzi, è in grado di sollevare più di un interrogativo su quanto è realmente accaduto la mattina del 30 gennaio 2002 in quella graziosa villetta ai piedi delle Alpi.

Sì, perché nonostante la condanna definitiva di Annamaria Franzoni con l’accusa di aver ucciso il figlio, l’Italia è ancora spaccata tra innocentisti e colpevolisti. Se per questi ultimi non c’è mai stato alcun dubbio sulle responsabilità della mamma di Cogne, i primi ritengono invece ancora plausibile la pista alternativa per cui un estraneo sarebbe entrato in casa dei Lorenzi e avrebbe approfittato dell’assenza di Annamaria, uscita per accompagnare il figlio maggiore Davide alla fermata dello scuolabus, per accanirsi sul bimbo di 3 anni e colpirlo alla testa per diciassette volte con un oggetto mai individuato né ritrovato: forse si trattava di un mestolo, forse di un pentolino, c’è chi addirittura ipotizza che l’arma del delitto fosse un sabot, il classico zoccolo in legno della Valle d’Aosta. Poco importa.

Importa, invece, che i giudici abbiano ritenuto improbabile, per non dire impossibile, qualsiasi ipotesi che non conducesse ad Annamaria Franzoni. E così, dopo la condanna in primo grado a 30 anni di reclusione in abbreviato, per la donna arriva anche la condanna in appello a 16 anni, resa definitiva dai giudici della Cassazione nel maggio 2008. Nessun dubbio, insomma, per la giustizia italiana: Samuele è stato ucciso dalla mamma. Ed è altamente probabile che la donna abbia rimosso il delitto a causa dello shock subito nel momento in cui si è accanita sul figlio, uccidendolo: si parla di “stato crepuscolare orientato della coscienza”. In tutti questi anni, Annamaria si è sempre proclamata innocente. E alla sua innocenza hanno sempre creduto il marito Stefano, il padre Giorgio, la madre Chiara e i numerosi fratelli e sorelle, dieci in tutto. Eppure, 15 anni dopo, i dubbi restano. Annamaria Franzoni è colpevole o innocente?

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