Pacco, contropacco e contropaccotto

E’ internet nel suo insieme e non solo i social ad essere inaffidabile. Recentemente Flavio Insinna ai funerali di Fabrizio Frizzi ha recitato in chiesa una commovente poesia di Borges, anche se Google la attribuisce a lui in alcuni siti.

Succede così: tu fai un falso, lo metti in rete, e se è credibile qualcuno lo riprende, un altro ancora dal secondo, e così via.

Man mano che si diffonde, la bufala acquisisce autorevolezza e credibilità. Lo sanno bene gli autori di foto e filmati falsi sulle guerre mediorientali. Più d’una volta sono stati smascherati perché lo scenario della foto non era quello dichiarato, o i personaggi erano apparsi anche in altre foto in “location” diverse, segno evidente di fotomontaggio.

Un esempio? Fake palestinese: foto di bambini col viso pesto e sanguinante. Controfake israeliana: filmato in cui si vede un vero e proprio centro di trucco in cui i “feriti” vengono dipinti.

Contrcontrofake palestinese: foto in cui si vede il “centro di trucco” attorniato da riflettori e operatori, come un set messo su apposta dagli israeliani per smentire i feriti. E così uno non ci capisce più nulla.

Sta succedendo anche adesso con l’attacco chimico di Assad: è credibile e sufficiente come prova il filmato dei bambini irrorati abbondantemente con acqua? Putin dice di no. Invano Macron sostiene di “avere le prove”: tutti ricordano la fialetta di presunto antrace sventolata all’Onu dieci anni fa da Colin Powell per giustificare l’aggressione a Saddam.

Insomma, tutti sono maestri in bufale e controbufale, e Facebook li aiuta. Purtroppo le bombe, i missili e i profughi sono reali, non bufale.

collino@cronacaqui.it

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