Permette questo ballo, signorina?

Certe volte mi chiedo, vedendo i vecchietti come me che danzano beati i loro lisci nelle non poche sale che ancora resistono, cosa balleranno i nostri nipoti quando avranno quell’età. Scartata l’idea che possano agitarsi, contorcersi, “pogare” e saltellare come fanno adesso nelle discoteche (rischierebbero, se non i colpi della strega, almeno il ridicolo) dovranno iscriversi a qualche scuola di liscio, o lasciar perdere il ballo. Problemi loro.

Io m’accontento di godermi l’armonia di certe coppie di ballerini coi capelli grigi che ancora scivolano leggeri sulle piste di sale come il Le Roi. Dire che il Le Roi è il tempio del liscio è come dire che una palestra è il tempio delle pertiche. Non si va al “Lutrario blechenduàit” (così scriveva la réclame d’anteguerra, quando l’inglese era proibito) solo per il liscio, ma per godersi ogni ballo in un luogo nato per quello, senza il frastuono infernale delle discoteche.

Nato mica ieri: era il 1926 quando Attilio Lutrario Senior aprì la pista estiva in via Stradella, nel verde a ridosso della ferrovia, dietro la stazione Dora, ed era il ‘60 quando il celebre architetto Mollino costruì la sede invernale, di fronte. Sul quel palco sono passati tutti i più grandi cantanti.

Lucio Dalla, nei mitici anni ‘60, esordiente e squattrinato, venne per un week-end e poi restò tre settimane, tanto era buona la paga. E da quel palco io, Pontifex dei goliardi, li benedissi nel ‘69 al Gran Ballo delle Caterinette. A fine festa, mi coricai sui binari del 9, che passava lì davanti, e lo bloccai, ci stipai 300 fedeli e lo dirottai fino in piazza Castello (fuori dal percorso) dove facemmo l’alba alle Indie. Altro che anni bui!

collino@cronacaqui.it

CONDIVIDI
TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE
loop-single