Ridotti all’osso

La fotografia di questa nostra regione, che nessuno si fila neppure quando perde i pezzi, sta nei numeri. Meno occupati nel settore manifatturiero, moria di piccole e medie imprese costrette a chiudere per mancanza di commesse, meno opportunità per i giovani persino nei call center, sempre meno negozi, fatti sloggiare da affitti troppo cari o da idee balzane come la Ztl allargata che finirà per trasformare il centro di Torino in una città proibita. Colpa, non lo si dice per il vecchio rispetto sabaudo a cui prima o poi si inchina anche chi non è torinese da generazioni, delle scelte del padrone di sempre, di quella Fiat che è emigrata svuotando gli stabilimenti nel silenzio-assenso di una politica prona, che forse si illudeva di poter trasformare decine di migliaia di tecnici e operai in ristoratori, camerieri, guardarobiere o sommeiller. Peccato che si sia scoperto – in ritardo – che il turismo per funzionare ha bisogno di grandi iniziative, di mostre, eventi e di promozione all’estero. Altrimenti perde i pezzi e non riempe pizzerie e camere d’albergo. E dunque non favorisce il business in una città che è stata costretta a reinventarsi ma che ha un aeroporto piccolo piccolo e senza ambizioni e una minuscola metropolitana. Solo una perché la seconda linea è un miraggio. Ma il peggio è che rischiamo di avere sempre meno medici esperti (quando un reparto è allo stremo, li prendiamo “in affitto”), meno infermieri, anagrafi chiuse, uffici postali che abbandonano le periferie. Per finire con una vergogna: quella di non aver saputo trovare neppure gli insegnanti di sostegno per i ragazzi in difficoltà. Nel torinese ne mancano 1.500, vale a dire uno su sei rispetto al fabbisogno per queste creature. Va bene tutto ma giocare con i servizi e con la salute fa venire la bava alla bocca.

fossati@cronacaqui.it

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