Rovesciamo il tavolo

Ieri sera i lavoratori del Regio, sul palco prima dell’inizio dell’opera, hanno usato la parola «responsabilità». Hanno precisato che è per senso di responsabilità che non hanno scioperato e fatto saltare la rappresentazione. Per non danneggiare il pubblico. Ho sentito usare parole simili per i dipendenti e i fornitori del Salone del Libro, come fosse una medaglia al valore continuare a lavorare ventre a terra anche senza contratto e senza stipendio. Ma soprattutto senza rassicurazioni. Io, intendiamoci bene, applaudo questi lavoratori, però credo che ci sia sempre chi si approfitta del senso di responsabilità degli altri. Proprio perché c’è una grande storia da onorare, un patrimonio di professionalità e qualità riconosciuti all’estero, occorre preservarli. A costo di fermarsi. Facciamo saltare una rappresentazione, rimborsiamo il biglietto ai signori in cravatta nera e alle signore in abito da sera; stiamo fermi un giro con il Salone del Libro o magari organizziamolo in scala minore, per una volta, più intima, senza rinunciare alla qualità (al limite, per risparmiare si può sempre far saltare la “messa cantata” e la parata di ministri, sottosegretari, istituzioni). Chissà che qualcuno riesca infine a vergognarsi di come le eccellenze vengono trattate in questa città e in questo Paese (senza voler usare la parola cultura, per carità), della miopia con cui si programma il futuro (e spesso anche il presente), affidandosi al vento politico, che è rapido a portare promesse e altrettanto rapido a far sparire fondi e stanziamenti. Poi, nel momento di tregenda, ci si appella agli eroi. Che magari potrebbero prendersi la soddisfazione di rovesciare il tavolo, una volta tanto.

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