IL PERSONAGGIO

Il giro del mondo umiliante dello scrittore in fuga da sé

Andrew Sean Greer al Circolo dei lettori per “Giorni selvaggi”, parla del suo nuovo romanzo, "Less", che proprio oggi arriva in libreria

Andrew Sean Greer al Circolo dei lettori per "Giorni selvaggi"

Una delle cose per cui Andrew Sean Greer merita di essere letto è che non racconta di alzarsi all’alba e scrivere con ferrea disciplina per molte ore di seguito come la maggior parte dei suoi colleghi. No, lui si alza alle dieci del mattino e si attacca alle notizie dei quotidiani on line e rischia di passarci la giornata. Ed è forse anche da qui che nasce la sua curiosità e quel modo di guardare al mondo con disincanto, di narrare storie che paiono persino improbabili. Anche se ammette che «Bisogna scrivere quotidianamente, farci l’abitudine».

Ieri sera Andrew Sean Greer era al Circolo dei lettori per uno degli appuntamenti di “Giorni selvaggi“, per parlare del suo nuovo romanzo che proprio oggi arriva in libreria, “Less” (La Nave di Teseo, 19 euro). La storia è quella di Arthur Less, uno scrittore che si può definire fallito («Non sono io, lo dico per rassicurare mia madre») e che si trova alla soglia dei cinquant’anni. Momento complicato, che ovviamente lo diventa ancora di più: il suo ex fidanzato, infatti, si sposa e guarda un po’ lo invita anche al matrimonio. Che fare? Andare o non andare? Certo, dopo nove anni insieme non andare sarebbe offensivo. Ma perché al senso di fallimento aggiungerne un altro? Ecco allora l’idea: tenersi occupati, accettando una serie di improbabili inviti letterari (chi scrive ne riceve davvero tanti, e se non si è autori bestseller o almeno sopra la soglia di sopravvivenza alcuni sono proprio assurdi, ma spesso ci si va per simpatia, oltre che per ricevere un “applausetto” che gratifichi un poco l’ego) che da tempo giacciono sulla sua scrivania. Accettarli tutti significa iniziare un giro del mondo in ottanta giorni, tra Messico, Italia, proprio a Torino («Ma in realtà non c’ero mai stato prima, dovrò vederla meglio» ha detto ieri sera), Marocco, India, Giappone riuscendo a frapporre migliaia di chilometri tra lui e i problemi che si rifiuta di affrontare. Un viaggio in cui si trova in mezzo i personaggi e le situazioni più curiose, ma anche il traguardo dei cinquant’anni, compiuti proprio nel bel mezzo di questa fuga dalla responsabilità. La sua casa editrice, nella presentazione, ha usato una metafora azzeccata: il mezzo secolo di vita è come la seconda fase di un missile, con il primo stadio che si stacca. E questo missile si chiama amore, quello vero, forse il primo della vita. Ma probabilmente anche l’ultimo.

E’ un libro in cui si ride molto, «ma io forse mi sono divertito meno a scriverlo, anche perché ho rinunciato a molte cose gioiose del mio passato – ha spiegato al Circolo -. Ho cercato di creare la storia più umiliante per uno scrittore». Ma in ogni caso, come ha voluto sottolineare, «si crea lo stesso un incantesimo» tra chi scrive e chi legge.

Alla domanda su giovani scrittori e idoli, Andrew ha rimarcato che «i giovani scrittori non hanno idoli, poi crescono e li incontrano e li rivalutano. Prima di conoscere Philip Roth sapevo già che era uno str… L’incontro l’ha confermato. Il fatto è che sai di essere diventato uno scrittore quando la gente inizia a detestarti».

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