Silenzi impossibili

Nei commenti sul silenzio per i 100 anni di Agnelli c’è la solita divisione tra chi lo ringrazia per aver dato il pane a generazioni di operai, e chi lo critica per il dandismo, la tendenza a privatizzare i profitti e nazionalizzare le perdite e le vicende famigliari. Ma non si può parlare dell’Agnelli uomo e imprenditore senza parlare della Fiat. Cosa avrebbe potuto essere Torino senza “la feroce”? Una città normale, ma prospera e vivibile come Bologna? Non si saprà mai. I detrattori dicono che la Fiat ha ridotto Torino a una grigia città operaia, spremendola e poi gettandone la scorza, ma la Fiat c’era già quando Agnelli è nato e c’era ancora quando è morto. Lui l’ha solo guidata per 36 anni, dalla morte di Valletta nel ‘67 al 2003, anche se dal 1980 l’ha lasciata in mano a Romiti limitandosi a supervisionare. Però nei 17 anni di guida diretta ha affrontato tempeste e decisioni difficili. Aprire in Russia (Togliattigrad, 1967), smontare il centralismo di Valletta (che aveva militarizzato la Fiat), divisionalizzare la struttura. Svecchiare la Confindustria. Sul piano politico, eludere il tentativo di Fanfani e Cefis di sfilare la Fiat alla Famiglia. Nel 1976 schivare il tentato scippo di De Benedetti e cedere il 9,7% della Fiat a Gheddafi. Fronteggiare le BR. Concordare con Lama la scala mobile. Chiamare Romiti, col quale la Fiat divenne una monarchia costituzionale dove il re non si occupava di gestione, ma solo delle scelte vitali. È difficile dire in che misura la parabola discendente della FIAT, iniziata negli anni ‘90, possa essere addebitata ad Agnelli. Ma di cose buone lui ne ha fatte. Se poi ad esse aggiungiamo la sua immagine leggendaria (notorietà mondiale, intelligenza, charme, eleganza, carisma, Juve, Ferrari, Olimpiadi) ce n’è abbastanza per ricordarlo, Giuanin Lamiera. Centenario o no. I detrattori se ne facciano una ragione.

collino@cronacaqui.it

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