Spie a senso unico

(Depositphotos)

Ho aspettato un paio di giorni, ma non ho visto sui social quel fiume di “Je suis Assange” che mi aspettavo. Julien Assange, il 47enne fondatore di Wikileaks, è stato arrestato l’altro ieri nell’ambasciata dell’Ecuador, a Londra, dove viveva da sette anni come rifugiato politico. L’accusa è quella di aver pubblicato dei documenti segreti del governo Usa hackerandone il sistema informatico.

Un’altra accusa è quella di aver collaborato con la Russia nel 2016 per pubblicare documenti che hanno danneggiato Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca. Per questo Trump, che da quelle pubblicazioni fu favorito, non si è dannato per mettere le mani su Assange. Ma questo dimostra solo quanto sia ancora forte negli States il sistema di potere Dem (giornaloni compresi, lo abbiamo visto nella ostinata campagna anti Trump dopo l’elezione, per cercare di ottenerne l’impeachment, campagna sconfitta dalla recente assoluzione del presidente) e quanto deve aver pesato nel convincere l’Ecuador a ritirare l’asilo politico.

Chissà quali pressioni, ricatti o regali devono aver convinto i governanti del debole stato centroamericano a farlo. Ed è irritante l’ipocrisia con cui l’ambiente radical americano, così prodigo di lodi e premi (tra cui il Pulitzer) ai giornalisti-eroi del Washington Post Bernstein e Woodward (quelli che nel 1972 fecero dimettere Nixon con lo scandalo Watergate) si è oggi schierato contro Assange, che in fondo ha fatto la stessa cosa: pubblicazione giornalistica di documenti segreti. Ma lui ha danneggiato i governi dem. Per quello dev’essere trattato da spia. Nessun corteo per lui. Je ne suis pas Assange, je suis rouge.

collino@cronacaqui.it

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