CAFFE' IN REDAZIONE. Lo storico e studioso Pier Franco Quaglieni

«Torino ingannata dal sogno olimpico e da certa politica» [VIDEO]

«La città in declino quando ha perso la Fiat. La cultura? Mancano maestri e riferimenti»

Pier Franco Quaglieni, storico e presidente del Centro Pannunzio, intervistato in redazione

Se non fosse che quella parola proprio non gli piace, Pier Franco Quaglieni sarebbe da definire un «intellettuale scomodo», uno che certo non le manda a dire. «Ma io non mi sento un intellettuale, quella parola è ormai sputtanata, è offensiva. Poi la cosiddetta classe intellettuale ha le stesse colpe di quella politica. Sarà che un tempo c’erano i “maestri”, mentre oggi sono solo “professori”. E non ci sono allievi, non c’è trasmissione del sapere».

Professore, lei nel 1968, assieme a Mario Soldati e Arrigo Olivetti, fondava il Centro Pannunzio. Con quale spirito nasceva?
«Ho recentemente ritrovato, mettendo a posto la casa dei miei genitori, una lettera con cui il professor Getto, il grande italianista, mi ringraziava, proprio in quei tempi, per la solidarietà espressa quando le sue lezioni furono interrotte dai contestatori. Ecco, il Pannunzio nasceva per contrapposizione al clima sessantottino, alla protesta elitaria, contro la violenza prima verbale poi fisica. Nacque come risposta a quell’andazzo di mancanza di
serietà negli studi che il 68 ha provocato e che ancora oggi si sente».

E infatti, proprio oggi, quanto è ancora valido questo principio?

«Preciso che il Pannunzio si ispira a valori di libertà. Dunque ha una permanente attualità. Oggi sotto altri punti di vista ci sono intolleranza e violenza che vanno combattute. Il centro è un luogo per le idee, di incontro e confronto dove chiunque può esprimersi, per la cultura contro il dogmatismo. Non siamo legati solo ed esclusivamente a quell’epoca».

Lei parla di un luogo fisico mentre oggi siamo nell’epoca dei “non luoghi” dell’opinione e dell’espressione, come i social network, dove spesso mancano i filtri.

«Non sono per demonizzare i social. Io li uso, ho rapporti con tantissimi, ho circa 5mila amicizie su Facebook e ho conosciuto persone ottime. Poi c’è anche chi va oltre e degenera, ma è una eccezione. Per me sono una espressione di libertà. Poi ci sono aspetti controproducenti, certo, ma in linea di massima sono favorevole a luoghi dove tutti possono parlare. Tempo fa un noto giornalista mi parlava della supremazia della carta stampa perché è una “selezione” delle notizie. Ecco, non usò la parola “verifica”, che dovrebbe essere invece la prima cosa».

In questi oltre cinquant’anni, come ha visto cambiare Torino dal suo osservatorio del Centro Pannunzio?

«Torino, quando ha perduto la Fiat, ha perduto un elemento molto grande. È stato un errore sostituire l’industria con il turismo. Molti si sono illusi che avrebbe cambiato la città, ma non ha funzionato perché Torino non sarà mai Venezia, Roma o Firenze. Se togliamo il Museo Egizio e la Reggia di Venaria io non vedo queste grandi attrattive… Torino è una città in crisi che si è illusa di rinascere con quindici giorni di Olimpiadi. L’inganno di una classe politica che è vissuta su quegli allori. Chiamparino l’ha fatto, fino a pochi giorni fa. Io vedo una città in cui i negozi chiudono, le imprese sono in difficoltà e la cultura non è viva. Un assessore come Antonella Parigi, in Regione, ha fatto da rullo compressore in questi anni».

Allora quali sono o sono stati gli eventi che hanno portato visitatori e attenzione a Torino, negli anni?

«Con certi numeri, credo solo le ostensioni della Sindone. Poi abbiamo l’Autoritratto di Leonardo. Nel 1975, al Pannunzio fummo i primi a spingere l’esposizione dei disegni leonardiani. Ora, l’amministrazione non ha saputo inserire il progetto in un adeguato circuito internazionale».

In questo quadro, ha più responsabilità la classe politica o quella intellettuale?

«Ambedue. Quando dopo Mani Pulite si iniziò a parlare sempre di “società civile” io sostenevo che la società deve essere politica. Ma la classe politica torinese è mediocrissima. L’ultimo esponente di un certo rilievo lo rivedo in Piero Fassino. Può piacere o non piacere, ma le sue qualità culturali e politiche sono significative. C’è un abisso fra Fassino e Chiamparino e io li conosco bene entrambi».

Cosa manca oggi a Torino? Quali ricette o strategie sono possibili per il rilancio?

«Credo sia oggettivamente difficile ricostruire, l’ipotesi industriale è impossibile. Con Fiat Torino non ha più rapporti ormai. Eppure in qualche modo bisogna riportare Torino in un contesto internazionale, invece c’è la tendenza a essere sempre provinciali. Basti pensare al centro, dove la chiusura allungata della Ztl che vuole il sindaco Chiara Appendino, per me, è un segno di provincialismo, non di apertura».

E la cultura? Lei ha presentato il suo volume “Mario Soldati. La gioia di vivere” al Salone del libro, ma forse l’anniversario è passato un po’ in sordina…

«Il ventennale cade il 18 giugno e io voglio dare una possibilità a chi di dovere. Anche al Salone mi sono indispettito e non solo per il trattamento riservato a Soldati. Sono indignato per l’atto di censura preventiva a una casa editrice, che costituisce per me un gravissimo precedente. E poi non mi è piaciuta quella “imposizione” di alcuni per cui il Salone dovrebbe dotarsi di un “codice etico”. Ma chi decide cosa è etico e cosa non lo è? Io posso garantire che al Centro Pannunzio ci sarà sempre la sicurezza che non ci saranno “codici etici”. Siamo per l’apertura di un dibattito a 360 gradi. Sempre».

 

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