Torino capitale dell’arte con la Biennale targata Sgarbi

E alla fine Sgarbi ce l’ha fatta. ISabato sera, nella sala Nervi di Torino Esposizioni i riflettori si sono accesi sulla Biennale torinese, ultimo capitolo dell’Internazionale d’Arte Contemporanea di Venezia edizione 2011 intitolata “Lo stato dell’arte”. In mostra le opere di oltre 700 artisti provenienti da ogni parte d’Italia, artisti non imposti dal sistema ma comunque meritevoli e cui va concessa, pertanto, “la dignità della propria esistenza”. «Il vangelo del laissez-faire nel poliedrico mondo dell’arte è stato finalmente scoperchiato», afferma il direttore artistico della mostra Giorgia Cassini.

«È il più importante evento artistico di questi ultimi anni  – commenta il coordinatore Giorgio Grasso -. Chi vuol capire lo stato dell’arte in Italia nel centocinquantesimo deve venire qui a Torino». 

Si alza così il sipario sulla seconda tranche della Biennale all’ombra della Mole. Una Biennale che, tra polemiche e rinvii, ha conosciuto un iter travagliato.  «La Sala Nervi di Torino Esposizioni è bellissima – è ancora Grasso – ma non era a norma. Abbiamo dovuto provvedere a farlo e questo ha comportato uno slittamento dei tempi. Per il resto, invece, abbiamo riscontrato la massima collaborazione da parte di tutti, da parte delle istituzioni, da parte di CronacaQui, da parte dei tanti amici e volontari che ci hanno aiutato e anche delle aziende che in cambio di pubblicità ci hanno dato una mano».

Alla fine, come spesso succede, le cose più difficili da realizzare sono anche quelle che riescono meglio. E questa mostra, visto anche il successo di pubblico nella prima serata, sembra confermarlo.

Varia, divertente, stimolante, provocatoria, spiritosa, dissacrante e onnicomprensiva la Biennale torinese fa convivere l’astratto con il figurativo, il classico con il moderno, la tradizione con l’innovazione. Insomma, ce n’è davvero per tutti i gusti. C’è il tavolo realizzato con violini bianchi capovolti di Mariano Moroni, ci sono gli sci appoggiati alla parete di Aceto, ci sono le originali sculture in vetro di Silvio Vigliaturo, c’è la grande testa di zebra, ci sono le due coloratissime e luccicanti tazze del gabinetto, appoggiate su un tavolino altrettanto colorato e luccicante, e contenenti l’una l’immagine della svastica e l’altra della falce e del martello. C’è anche l’installazione vivente di e con Paolo Buggiani che, a bordo della sua bicicletta debitamente acconciata con figure della “mitologia urbana”, scorazza per il padiglione Nervi con in testa un casco da caimano e sulla schiena una struttura in fiamme.
Riproposto anche a Torino, come già era stato fatto a Venezia, il Padiglione Tibet  quel “padiglione per il paese che non c’è” ideato e curato da Ruggero Maggi. «Ogni padiglione nazionale  – spiega Maggi – è per sua stessa natura un grande contenitore d’arte, mentre Padiglione Tibet è già arte nella sua concezione».

«A metà gennaio – conclude Grasso – sarà pronto anche il catalogo. Inizieremo a prepararlo da lunedì, anche perché prima non era possibile dato che la mostra è rimasta aperta agli artisti fino all’ultimo minuto».

 

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