Vittorio Sgarbi: «Torino è la vera Venezia e io apro le porte a tutti»

Uno Sgarbi così non lo si era mia visto. Sì, lui, Sgarbi il più famoso dei polemici, Sgarbi il più odioso dei critici d’arte sempre pronto a “massacrare” chiunque osi avvicinarsi al suo meraviglioso mondo del “bello”, seduto ad aspettare per mesi  la burocrazia torinese intenta a trovare una location adeguata per ospitare la versione piemontese della sua Biennale di Venezia. Una location che dal Museo di Scienze è passata alla Sala Nervi di Torino Esposizioni, dando la possibilità al suo direttore di sbizzarrirsi in un’iniziativa quanto mai originale, che da tutti la si poteva aspettare tranne che da lui: l’arte aperta a tutti, ai bravi, agli scarsi, ai noti, agli emergenti. «A chiunque abbia qualcosa da dire con creatività ed umiltà, in barba a quanti mi hanno snobbato cui riservo un emerito vaff…».

È solo qui che lo si riconosce, Vittorio Sgarbi, il polemico. Per il resto, a poche ore dall’inaugurazione della “sua” mostra (questa sera alle 19), il critico appare entusiasta come un giovincello, o meglio, come uno che sa di stare facendo qualcosa di importante, per l’arte, per se stesso. «Non potevo permettere – sottolinea Sgarbi – che proprio il Piemonte ospitasse per la Biennale, dedicata ai 150 anni dell’Unità d’Italia, solo 25 autori, così come si era pensato all’inizio date le scarse dimensioni del Museo di Scienze. Da lì le cose sono venute da sole. Una volta trovata la location mi sono detto: perché non aprire le porte a quanti abbiano creato qualcosa in questi ultimi dieci anni? E non soltanto pittori, parlo anche di scultori, ceramisti, designer… In questa Biennale c’è tutto, manca solo la moda che a dirla tutta mi spiace avere lasciato fuori, anche quella è arte. Mi rendo conto che forse ho osato troppo, ma è un esperimento che andava fatto».

In barba alle mafie dell’arte?
«Sì, alle lobby che spesso limitano, anche se non è il caso di Torino, ma in barba anche a me stesso. Per questa ragione mi sono affidato, per la scelta degli artisti, a curatori importanti e diversi tra loro, da Marco Vallora a Umberto Eco».

Di conseguenza per lei l’esposizione è una vera una sorpresa?
«In gran parte sì».

Conoscendosi, non ha paura delle sue reazioni?
«Ho capito che anche io potevo cambiare quando, da assessore alla Cultura del comune di Milano, dovetti presenziare a una mostra di graffitari al Leoncavallo. Per la prima volta mi resi conto che anche quella era arte».

Allora non esistono per lei solo più Michelangelo o Caravaggio?
«Anche Michelangelo e Caravaggio, direi, insieme con tutto ciò che di bello e duraturo hanno da dire il contemporaneo e i giovani emergenti».

Ma che cos’è per lei il bello?
«Impossibile dirlo oggi».

Vittorio Sgarbi crede davvero nell’arte contemporanea? O almeno, fino a che punto ci crede?
«Io credo in ciò che mi mostra la realtà e in quelle opere che hanno qualcosa da dire non solo oggi ma nel tempo. È solo il tempo che ci saprà dimostrare il valore di ciò che andiamo a esporre oggi».

Torino, lei ha scelto proprio la città della Mole per quella che sembra essere una vera e propria rivoluzione…
«Questa città ha le condizioni ideali per diventare la capitale dell’arte contemporanea, per il numero di musei, di iniziative. Torino è l’arte contemporanea, è questa la vera Venezia, e non mi dispiacerebbe che la mia iniziativa diventasse un appuntamento fisso in questa città».

Sta lavorando anche per questo?
«Certo, credo molto nella mia iniziativa e non vorrei che tutto si finisse con febbraio».

Crede che possano rinascere dei “Michelangelo” o dei “Raffaello”?
«Certo, per questo mi sveglio tutte le mattine…».

Simona Totino

 

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