Inflitti 10 mesi di carcere a una venticinquenne e al suo compagno

Condannata la zingara che mendicava con la neonata. Il giudice: “Cultura rom non giustifica accattonaggio”

Per settimane la nomade si presentò al trafficatissimo incrocio del Ponte della Barca, aggirandosi fra le auto, insieme alla figlioletta

Condannata la mamma rom che mendicava con la neonata

Essere una mamma rom non ti permette di chiedere l’elemosina con una neonata in braccio, per la strada, in pieno inverno. Nemmeno se fra le popolazioni zingare usare i bambini per mendicare è una consuetudine. Dice questo la giudice Rossella La Gatta, del tribunale di Torino, nel motivare la condanna a dieci mesi di carcere inflitta a una venticinquenne e al suo compagno.

NON SI TRATTA DI MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA
Non si tratta di maltrattamenti in famiglia, come aveva chiesto il pubblico ministero, perché la coppia non intendeva “provocare volontariamente sofferenze di natura fisica o psichica” alla piccina. Si tratta, secondo la giudice, di un caso – punito in modo meno grave – di “impiego di minori nell’accattonaggio“. E resta il fatto che “l’accettazione di un determinato stile di vita, seppure ben radicato nei costumi di una comunità, non può escludere la rilevanza penale, specie quando vengono coinvolti principi fondamentali dell’essere umano”. Al massimo si possono concedere le attenuanti generiche “in relazione alla cultura dell’appartenenza etnica che, se non discrimina la condotta, può essere tenuta in considerazione”.

LA NOMADE SI MUOVEVA ALL’INCROCIO DEL PONTE DELLA BARCA
Accadde tutto fra il novembre del 2014 e il febbraio del 2015. Per settimane la rom – che occupava una baracca in un vicino campo abusivo – si presentò al trafficatissimo incrocio del Ponte della Barca, all’estrema periferia della città, aggirandosi fra le auto insieme alla figlioletta, nata in ottobre. “Devo mangiare” è la risposta che diede a chi le suggerì di non esporre la bimba ai gas di scarico. Due cittadini (uno dei quali un giocoliere) informarono la polizia municipale.

SI SERVIVA DELLA PICCOLA COME “MEZZO STRUMENTALE”
“E’ evidente – scrive la giudice – che l’imputata si serviva della piccola come un ‘mezzo strumentale’ a un più compassionevole ed efficace esercizio della mendicità”. Però faceva tutto quanto le era “materialmente e concettualmente” possibile per proteggerla: la teneva bene infagottata in un tutone termico, la adagiava nel passeggino quando dormiva, nelle giornate di pioggia o neve non la portava con sé. Non di maltrattamenti, dunque, si deve parlare.

PRESENTATO RICORSO IN APPELLO
Gli avvocati difensori, Maurizio Cossa e Matteo Massaia, hanno già presentato un ricorso in appello: chiedono che venga esclusa l’ipotesi dell”impiego di minori’ (“non era la bimba a chiedere l’elemosina) e la non punibilità per “fatto tenue”. Dopo l’apertura dell’indagine la famiglia rom si è dileguata. Alla coppia non è stata concessa la condizionale perché, scrive la giudice, è “verosimile” che in futuro ricorrerà a espedienti analoghi per sopravvivere. Significa che – a sentenza definitiva – se verranno rintracciati scatterà l’arresto.

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