Siamo un Paese che non si ama

Tredicimila imprese edili perse in Piemonte negli ultimi 10 anni, con il 44% di posti di lavoro in meno. In parole povere oltre 5mila lavoratori abbandonati a se stessi. Senza speranze e senza aiuti. Leggere certi numeri fa capire, con tristezza ma anche con rabbia, che questo Paese non vuole più bene a se stesso. Che langue in un limbo quando potrebbe dimostrare al mondo il nostro ingegno e l’operosità delle aziende e dei loro addetti.

L’edilizia, caduta in basso per le inefficienze della politica e l’arroganza dei burocrati, ieri era davanti alla Prefettura semplicemente per chiedere perché sono fermi i grandi cantieri: dalla Torino-Lione all’Asti-Cuneo, dalla linea 2 della metropolitana alla Città della Salute. Senza contare l’indispensabile messa in sicurezza delle scuole che cadono a pezzi; e più in generale del patrimonio pubblico, delle infrastrutture (strade, ponti e viadotti) e dei territori soggetti a dissesto idrogeologico.

Siamo fermi mentre i lavoratori si trasformano in fantasmi disoccupati e i patrimoni tecnici e di esperienza delle imprese si frantumano, trascinati nel baratro dalla mancanza di lavoro e dai pagamenti che, nel pubblico, hanno tempi biblici. Un quadro ancora più allarmante perché tutto si consuma in silenzio, senza che le istituzioni muovano un dito per fare quadrato insieme alla banche e alle loro fondazioni.

Nel frattempo il territorio va in pezzi, le scuole hanno problemi enormi di agibilità, ponti e viadotti mostrano i ferri arrugginiti che fanno capolino nel calcestruzzo ammalorato. Con una domanda di fondo: se la politica non sa sbloccare i grandi cantieri, perché almeno non provvede alle urgenze del territorio? Vivere in una terra di superstiti sta diventando angoscioso.

fossati@cronacaqui.it

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