Una Torino da rammendare

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Il benvenuto a Torino lo offre il Palazzo del Lavoro avvolto nel grigiore delle lamiere, con i segni del fuoco che ha devastato uno dei capolavori del maestro Pier Luigi Nervi. Un cadavere dell’architettura, lasciato lì a marcire mentre avrebbe potuto rinascere, pensate un po’ con i soldi dei pensionati olandesi. Soldi sicuri, ammassati in un fondo garantito. Occasione sprecata tra chiacchiere, burocrazie, invidie tra traffichini e portaborse. Non uno scandalo, peggio, la dimostrazione di quanto, a casa nostra, siamo bravi a far scappare gli investitori. Parte di lì la nostra inchiesta sui “buchi neri” di Torino che ad elencarli, viene il bruciore di stomaco: la Thyssen di corso Regina Margherita, altro biglietto da visita alle porte della città; la vecchia Porta Susa, ormai un rudere; la Manifattura Tabacchi in corso Regio Parco; l’Astanteria Martini in largo Cigna; il Mercato dei Fiori. Per non parlare del fastoso progetto di corso Marche con grattacieli e centri commerciali che giace in un cassetto da oltre vent’anni, o lo Scalo Vanchiglia che forse aspetterà per decenni la seconda linea della metro. Fermiamoci qui, ce n’è abbastanza per disegnare un’altra città, quella che la politica e la burocrazia con una buona dose di decrescita felice, ha trasformato in un fantasma. Tutto tace. Gli immobiliaristi con i danè hanno smesso di bussare alle porte dei nostri amministratori e le casse comunali piangono. Certo, per fare cassa ci sono altri sistemi, a partire dalle multe. Ma non sarebbe più saggio ritornare ai progetti sepolti e dare un volto alla Torino del futuro? Magari snellendo vincoli e procedure, magari riponendo un po’ di fiducia in chi rischia i propri quattrini senza considerare gli imprenditori nemici da cui rifuggire.

fossati@cronacaqui.it

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